{"id":408,"date":"2020-02-25T09:37:01","date_gmt":"2020-02-25T08:37:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/?page_id=408"},"modified":"2020-02-29T16:06:47","modified_gmt":"2020-02-29T15:06:47","slug":"il-nome-della-rosa-unopera-di-successo-ma-forse-anche-unoccasione-mancata-per-un-nuovo-assetto-della-cultura-europea","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/il-nome-della-rosa-unopera-di-successo-ma-forse-anche-unoccasione-mancata-per-un-nuovo-assetto-della-cultura-europea\/","title":{"rendered":"Il &#8220;nome della rosa&#8221;, un\u2019opera di successo, ma forse anche un\u2019occasione mancata per un nuovo assetto della cultura europea."},"content":{"rendered":"\n<p>Qualcuno ha definito \u201cbello e falso\u201d il romanzo di Umberto Eco che qualche altro, dopo la recente rielaborazione televisiva targata RAI, ha ribattezzato <em>Il nome della noia.<\/em> <br>L\u2019ho letto e ne ho vista varie volte la riduzione cinematografica del regista Annoud, comprendente \u00a0nel <em>cast<\/em> un bravo attore come Sean Connery. Il film, in bianco e nero, dura un paio d\u2019ore, contro le sette raggiunte dalla recente edizione televisiva in varie puntate.<br>La RAI avrebbe fatto meglio a gareggiare in brevit\u00e0 con il regista Annaud e con qualche sforbiciata al testo di Eco si sarebbero eliminate certe parti troppo pesanti del romanzo. <br>Forse sarebbe stato un nuovo successo, magari meno cupo nelle immagini. A me sono bastati pochi minuti per cambiare canale.<br>Cos\u00ec vanno le cose dove con i soldi del canone si mira a tenere impegnato il pi\u00f9 a lungo possibile un personale in soprannumero, e a scapitarci \u00e8 la produzione.<br>Quanto al testo di Eco, non c\u2019\u00e8 dubbio che esso rappresenti un affresco di epoca, con guerre religiose sullo sfondo, inquisizione di eretici, vicende di un personaggio storico come fra Dolcino e tante elucubrazioni di genere storico-filosofico-teologico care all\u2019autore.<br>Il romanzo, pur concedendo molto alla fantasia, finora \u00e8 apparso impostato su basi piuttosto solide, ma al riguardo ho dei dubbi di cui parler\u00f2 fra breve.<br>Innegabile un suo difetto: l\u2019allargamento eccessivo della rosa dei sospetti di questo giallo medievale, ambientato in un monastero italiano nell\u2019anno 1327, porta a far allentare la tensione in lettori e spettatori, coinvolti e talvolta anche frastornati da un\u2019opera che \u00e8 stata definita un concentrato di generi letterari.<br>Non ho certo le ampie conoscenze che di quel periodo aveva Eco, scomparso da non molto. Ma, se ho visto giusto, ho finito per scoprire qualcosa di sostanziale sfuggita al filologo, che amava definirsi semiologo, ai suoi colleghi e alla marea di lettori.<br>Confesso che i romanzi gialli di vario genere non mi piacciono perch\u00e9 mi perdo nelle loro trame a me ostiche. L\u2019autore di quelli da me preferiti \u00e8 l\u2019americano Chandler. Gli altri mi hanno sempre annoiato, compresa Agatha Christie, la regina del genere giallo-poliziesco.<br>Nel <em>Nome della rosa<\/em> la trama \u00e8 imperniata sul secondo libro della <em>Poetica<\/em> di Aristotele, della quale \u00a0\u00e8 rimasto solo il primo, che tratta della poetica in generale e della tragedia. <br>Il secondo libro, a mio parere mai stato scritto n\u00e9 da Aristotele n\u00e9 da un falsario celato sotto le sue vesti, avrebbe dovuto affrontare il tema della commedia e del riso: la sua presenza nella biblioteca del monastero \u00e8 un espediente, introdotto dallo scrittore bolognese per lo sviluppo della trama del romanzo.<br>Leggendo e studiando le letterature europee dell\u2019antichit\u00e0, penso di avere scoperta celata in quelle la mano abile di un autore del Due-Trecento, Cecco Angiolieri, in cui di recente ho riconosciuto il vero maestro di Dante: ci\u00f2 basterebbe a dare un rilievo straordinario al senese, ma se questi in base a un suo piano a lungo termine avesse manipolato quelle letterature in maniera geniale, come penso, ci si troverebbe davanti a una questione reale della quale per secoli nessuno si \u00e8 reso conto, e che presto potrebbe far crollare molte certezze acquisite.<br>Sull\u2019argomento sto scrivendo saggi e articoli da una decina di anni. Tuttavia gli specialisti non gradiscono novit\u00e0 rivoluzionarie e ai lettori piacciono molto pi\u00f9 le fantasie romanzesche di Eco delle deduzioni emerse da una lettura approfondita dei testi, che per esempio mi hanno portato a scoperte di rilievo anche nelle opere minori, soprattutto quelle in volgare, a torto attribuite a Dante per la presenza di espressioni proprie dell\u2019idioma senese antico, scambiato finora per fiorentino. <br>Eco \u00e8 stato un autore di successo, molto stimato per la sua preparazione, ma se ho ragione a pensare che la stessa <em>Poetica<\/em> attribuita a Aristotele sia un falso tardomedievale, parecchie cose sarebbero destinate a cambiare non tanto in un romanzo di fantasia come <em>Il nome della rosa<\/em> quanto in opere fondamentali del patrimonio culturale europeo.<br>La stessa biblioteca del cupo monastero, che l\u2019autore descrive come un labirinto stipato di manoscritti curati da monaci esperti in lingue classiche, appare ai miei occhi anacronistica. Potrebbe forse andare bene, anche se solo fino a un certo punto, per Montecassino prima delle spoliazioni sub\u00ecte dal monastero fra il V e il VI secolo dopo Cristo.<br>Detto questo, si pu\u00f2 discutere su quel romanzo: certe sue caratteristiche sono comuni a altri scritti del genere, in cui la fantasia gioca un ruolo innegabile, e l\u2019autore ha puntato a ragione il dito soprattutto contro gli eccessi commessi dalla Chiesa di Roma nella lotta contro eresie e ideali pauperistici di movimenti e ordini religiosi per difendere il proprio potere e le proprie ricchezze. <br>Il fatto \u00e8 che partendo da una vicenda sospesa fra realt\u00e0 e fantasia si finisce per trovarsi di fronte a un problema letterario reale, celato sotto una trama romanzesca.<br>In essa il filo che lega tante morti misteriose, da quella del giovane monaco Adelmo a quelle altrettanto inspiegabili di Venanzio, altro giovane confratello, traduttore dal greco, dell\u2019aiutante bibliotecario Berengario e di altri monaci, \u00e8 il fantomatico manoscritto greco custodito nella biblioteca del cupo monastero. <br>L\u2019inglese Guglielmo di Baskerville, al centro delle vicende del romanzo, per indagare su quelle morti, con il suo giovane allievo Adso da Melk riesce a entrare nel labirinto della biblioteca e a scoprire dove \u00e8 custodito il manoscritto della <em>Poetica<\/em> attribuita a Aristotele, contenente il secondo libro, l\u2019ultima copia rimasta al mondo. Ben presto intuisce che quelle pagine sono maledette: chiunque le sfogli muore.<br>L\u2019anziano monaco Jorge de Burgos, che conosce ogni segreto del monastero, dopo l\u2019eliminazione del bibliotecario Malachia tenta addirittura di liberarsi dello stesso Guglielmo di Baskerville, dandogli a leggere la copia preziosa del secondo libro aristotelico cosparsa di veleno. <br>Il frate inglese si salva sfogliandola con le mani protette da guanti, ma Jorge, nell\u2019estremo tentativo di disfarsi del manoscritto per impedirne la lettura, prima di morire provoca un incendio dal quale l\u2019abbazia viene incenerita con i suoi tesori letterari fasulli.<br>Tuttavia, dovrebbe essere spiegato meglio perch\u00e9 Jorge cerca di fare in modo che muoia chi sia arrivato a leggere quel codice. Inutilmente ci si aspetta di venire a sapere che cosa celasse il suo contenuto di tanto grave, oltre ai temi della commedia e del riso, da far commettere al monaco una lunga serie di delitti. <br>L\u2019atmosfera del romanzo \u00e8 sovrastata dal sospetto di diffusione dell\u2019eresia che tormenta un monaco conservatore come Jorge, il quale forse vede proprio nei temi ludici della commedia e del riso gravi pericoli per la fede cristiana, tali che un inquisitore come Bernardo Gui, intervenuto per risolvere il mistero di quelle morti, finisce per processare e condannare al rogo un paio di personaggi del monastero che, indulgendo ai vitali piaceri della carne, sono accusati di covare idee sovvertitrici dell\u2019ortodossia e sospette di collegamento con opere del mondo antico e medievale. <br>Anche l\u2019opera, il cui titolo \u00e8 stato spiegato in seguito dall\u2019autore (ma a mio parere contiene un\u2019allusione evidente al <em>Roman de la Rose<\/em>, un poema molto importante in francese antico, attribuito dalle didascalie a due autori francesi medievali, ma certamente un ennesimo falso di Cecco), insieme a tutto il resto \u00e8 destinata a scomparire. Del monastero, della sua biblioteca e dei libri in essa contenuti, compresa la fantomatica ultima copia del secondo libro della <em>Poetica<\/em>, divorati dal fuoco, rimarr\u00e0 solo il ricordo, costituito da semplici nomi.<br>Umberto Eco a un certo punto, forse ironicamente o forse infastidito da qualche polemica, defin\u00ec <em>Il nome della rosa<\/em> il suo romanzo peggiore. <br>Senza dubbio \u00e8 il pi\u00f9 leggibile. Basterebbe a provarlo in modo schiacciante il favore di oltre cinquanta milioni di lettori in tutto il mondo che, se hanno fatto come me, si sono limitati a scorrerne alla svelta certe parti pi\u00f9 indigeste, che sanno troppo di lezioni accademiche. <br>Piuttosto mi viene da pensare che l\u2019atteggiamento un po\u2019 strano e polemico del semiologo verso il proprio romanzo potrebbe risalire a aporie, difficolt\u00e0 reali non risolte, presenti nella trama del romanzo stesso.<br>Mi sento di poter affermare che un romanzo come quello, che apparentemente affonda le sue radici nella grande cultura umanistica europea, messo a confronto con quanto vado scrivendo da anni sui problemi reali di quella cultura, finisce per assumere l\u2019aspetto fiabesco che la ricostruzione di Cecco ha impresso a un mondo lontano. <br>A mio parere il comportamento di Jorge, sottoposto a un esame approfondito, risulta eccessivo e privo di una motivazione accettabile. <br>Che cosa ci poteva essere di tanto grave nel secondo libro dell\u2019opera aristotelica da far commettere al monaco, fermamente deciso a impedirne la divulgazione, una lunga serie di delitti? <br>Risulta indubbio che il contenuto di quel codice sia potuto apparire dannoso a un personaggio come Jorge, condizionato da sospetti di pericolose eresie, affioranti per conservatori come lui dalle letture e dalla condotta dei cosiddetti fedeli. <br>Appare anche innegabile che Eco abbia fatto centro additando nel contenuto sovvertitore del secondo libro della <em>Poetica<\/em> il motore della trama, ma il fatto \u00e8 che Aristotele, l\u2019autore indiscusso per tutti, era pagano. La condanna in una sua opera di contenuti supposti eretici appare problematica, a meno che in quello scritto il filosofo fosse arrivato a mettere in dubbio la validit\u00e0 di tutte le religioni, atteggiamento improbabile che a guardare bene neanche l\u2019epicureo romano Lucrezio, o chi per lui, os\u00f2 affrontare apertamente.<br>A mio parere, anche se Cecco-Aristotele non port\u00f2 a termine la <em>Poetica<\/em>, come per esempio fece con altri suoi falsi pi\u00f9 noti quali il <em>Convivio<\/em> e il <em>De vulgari eloquentia<\/em>, tuttavia celandosi sotto le vesti di autori greci e latini come Aristofane, Menandro, Plauto, Terenzio e Marziale ci ha lasciato molti esempi pi\u00f9 che esaurienti intorno al tema della commedia e del riso.<br>Per me, che ritengo un falso tardomedievale la <em>Poetica<\/em> aristotelica, il guaio vero \u00e8 che quasi tutta la letteratura umanistica, compreso il <em>De rerum natura<\/em> attribuito a Lucrezio, risalirebbe alla mano del falsario Angiolieri.<br>La mia scoperta, se legittimata, metterebbe a rischio l\u2019autenticit\u00e0 degli stessi testi profani e religiosi del mondo occidentale arrivati fino a noi. <br>Ma forse in Eco, animato da ideali politici egualitari, si potrebbe arrivare a intravedere pi\u00f9 che altro un latente complesso di colpa originato dal successo commerciale di un romanzo giallo letterario, rivolto a lettori dotati di buona preparazione culturale, che lo aveva arricchito con notevoli e inattesi diritti d\u2019autore, mandando a gambe ritte certi suoi ideali avversi all\u2019opulenza.<br>Questo porta a pensare al comportamento di Cecco, cattocomunista <em>ante litteram<\/em> e molto rigoroso nelle sue idee, che intorno al Trecento, alla morte del padre Angioliero, banchiere, dilapida tramite i bagordi della <em>Brigata spendereccia<\/em> l\u2019ingente eredit\u00e0 ricevuta, derivante per di pi\u00f9 in massima parte dall\u2019usura, tanto da lui odiata e avversata. La sua condotta finisce per farlo apparire il padre spirituale di un pensatore moderno, il tanto discusso, amato e odiato, Ezra Pound. <br>Non \u00e8 del tutto da escludere l\u2019insorgere in Eco di una sorta di disagio interiore, causato dal conseguimento di una ricchezza improvvisa, a lui sgradita: facendo un rapido conto sui diritti di autore, ricavati dal romanzo, calcolando solo tre o quattro euro netti per volume, si arriva a cifre superiori a quelle arcimilionarie di un sei fortemente ritardatario al Superenalotto, senza contare \u00a0l\u2019introito ingente ottenuto dalla riduzione cinematografica del romanzo. <br>Di sicuro il professore, avversando il rigore eccessivo della Chiesa medievale contro le eresie, fece di questo il motivo dominante del romanzo coinvolgendo Aristotele, ma non fu sfiorato dal sospetto che la <em>Poetica<\/em> potesse essere un falso medievale.<br>Se l\u2019avesse intuito, lui che si era anche occupato dei falsi nel mondo antico, il <em>Nome della rosa<\/em> forse oggi forse costituirebbe un\u2019opera di grande rilievo, dalla quale sarebbe potuto emergere a poco a poco che le letterature greco-romane e medievali arrivate fino a noi siano prive di autenticit\u00e0. Ma senza dubbio il libro non avrebbe raggiunto il numero di cinquanta milioni di esemplari venduti, perch\u00e9 i lettori preferiscono le storie romanzate a saggi scritti non certo per divertire, anche se capaci di sovvertire un assetto letterario ritenuto affidabile da secoli.<br>Della <em>Poetica<\/em> aristotelica\u00a0 ho parlato qualche anno indietro in un capitolo del saggio <em>Omero \u00e8 nato a<\/em> <em>Siena<\/em> (Betti editr., Siena 2011, pp.57-67), intitolato <em>La \u201cPoetica\u201d e la \u201cRetorica\u201d di Aristotele: due falsi.<\/em><br>Non intendo annoiare i lettori riassumendo quelle dieci pagine. Mi limito a qualche particolare per me pi\u00f9 significativo: nel secondo capitolo del primo libro l\u2019autore parla di un\u2019opera intitolata <em>Deiliade<\/em>, alla lettera <em>La<\/em> <em>vigliaccheide<\/em>, una parodia dell\u2019<em>Iliade <\/em>scrittadal poeta comico Nicocare, sull\u2019esistenza del quale non si sa niente di certo. Viene il dubbio che qui l\u2019autore, a mio parere il ben noto senese, tiri in ballo un\u2019opera frutto della sua fantasia di falsario. <br>Nel cap. IX si legge questo passo: <em>Nella tragedia i poeti si attengono a nomi di personaggi esistiti,<\/em> <em>e la ragione \u00e8 che il possibile diventa credibile: noi non crediamo possibile ci\u00f2 che non \u00e8 ancora accaduto, mentre, evidentemente, ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 accaduto \u00e8 sempre possibile. Infatti, se fosse impossibile, non sarebbe accaduto.<\/em><br>Questa appare essere la logica propria di un giullare senese esperto in sillogismi, che celandosi dietro a Aristotele si voglia prendere gioco dei lettori. Viene fatto di pensare a un passo delle <em>Notti attiche<\/em> in cui Aulo Gellio riporta la definizione aristotelica, tradotta, del sillogismo:<em> Il sillogismo \u00e8 un ragionamento nel quale, certune cose essendo ammesse e accettate, una cosa diversa da quelle che sono state ammesse deriva naturalmente dalle ammesse<\/em> (XV 26). <br>Di quel falsario, recentemente da me scoperto come un senese molto piccolo, grasso, strabico, zoppo e balbuziente, celato anche sotto le vesti di Aulo Gellio, uno pseudonimo che parrebbe alludere per l\u2019assonanza a Angiolieri, ho parlato anni indietro nel saggio <em>La grandezza<\/em> <em>di Cecco sconvolge l\u2019Europa<\/em> (Aracne \u00a02011, pp. 185-186).Sempre nello stesso capitolo citato delle <em>Notti Attiche<\/em> di Gellio viene fatta menzione di un vincitore con la quadriga nei giochi pitici del 374, Miti, morto in una sommossa: in Argo la sua statua avrebbe ucciso proprio il colpevole della sua morte, \u201cabbattendoglisi sopra mentre la stava guardando\u201d. <br>Plutarco, nel <em>De sera numinum<\/em> <em>vindicta<\/em> (553 d), riprende l\u2019episodio arricchendolo, e questo lascerebbe trasparire sempre pi\u00f9 evidente la sua vera identit\u00e0 di pseudonimo del falsario Cecco, da me individuata anche in altre opere attribuite allo scrittore greco di Cheronea.<br>Nel cap. XIII l\u2019autore della <em>Poetica<\/em> stupisce il lettore definendo una tragedia l\u2019<em>Odissea<\/em>. Una simile affermazione male si giustifica in Aristotele, mentre meraviglierebbe meno se risalisse al falsario Cecco, il quale non avrebbe tutti i torti a farla, se si pensa alle stragi presenti nell\u2019ultima parte del poema, la cui paternit\u00e0 omerica \u00e8 per me molto dubbia. <br>Cecco-Plutarco aggiunge che solo per debolezza d\u2019animo gli spettatori desiderano che le tragedie finiscano bene, ma spesso la colpa \u00e8 degli autori, i quali per compiacere i gusti del pubblico non tengono conto del fatto che il lieto fine \u00e8 proprio della commedia, non della tragedia.<br>Per me la tragedia dell\u2019<em>Odissea<\/em> \u00e8 che il poema sia un falso di quel senese di genio, e che ancora nessuno se ne sia accorto.<br>Da quanto ho riassunto sembra di avvertire in Cecco l\u2019intento di giustificare non solo qualche epilogo euripideo un po\u2019 discutibile, ma anche le vicende atroci e truculente delle tragedie attribuite a Seneca, che tanto influenzarono Shakespeare, e verrebbe confermato il sospetto, se perfino Seneca fosse un suo pseudonimo, che il senese abbia messe le mani dappertutto, compresi i poemi di Omero.<br>All\u2019inizio del cap. XV della <em>Poetica<\/em> si legge che la donna, pur avendo delle virt\u00f9, risulta inferiore all\u2019uomo. Un simile concetto si ritrova anche nella <em>Politica<\/em> e nell\u2019<em>Historia animalium <\/em>\u00a0aristoteliche.<br>L\u2019inferiorit\u00e0 della donna \u00e8 un argomento su cui Cecco-Aristotele ribatte spesso. <br>In un mio saggio (<em>Da grovigli di falsi esce un Dante sconosciuto\u2026<\/em>ilmiolibro.it, Siena 2013)figura un articolo intitolato \u201cLa storiella di Aristotele in amore, montato a cavalluccio da Fillide, legata ai <em>Carmina Burana<\/em>\u201d (pp. 39-42), nel quale si accenna a una leggenda, nata in Francia nel XIII secolo, a mio parere per mano di Cecco, il vero autore di quei carmi, \u201crelativa al filosofo che perde la testa per la giovane Fillide, divenendo schiavo della ragazza, lui che in precedenza l\u2019aveva allontanata dal suo alunno Alessandro il Macedone, troppo preso dalle sue attrattive sessuali\u201d. <br>Aggiungevo alla fine dell\u2019articolo: \u201cEcco la grandezza di Cecco: ha creato con Aristotele il filosofo pi\u00f9 sapiente e grande mai esistito sulla terra, ma l\u2019ha fatto innamorare e divenire uno zimbello, una docile cavalcatura umana, in mano a una bella donna. \u1e14 la gaia scienza di cui parlava Nietzsche, che non certo per caso, insieme all\u2019amico Paul R\u00e9e, si fece ritrarre in una fotografia nella quale la bella Lou Salom\u00e9 teneva le redini di lui imbrigliato come un mulo paziente\u201d. <br>Non per niente l\u2019autore di <em>Cos\u00ec<\/em> <em>parl\u00f2 Zaratustra<\/em> in seguito sosterr\u00e0 che i filosofi farebbero meglio a evitare il matrimonio. <em>\u00a0<\/em><br>La misoginia \u00e8 presente perfino all\u2019inizio del <em>De vulgari eloquentia<\/em> (I iv), opera che Dante non pu\u00f2 avere composta per tanti motivi da me segnalati in vari scritti su cui nessun filologo classico o romanzo, troppo sicuro dell\u2019autenticit\u00e0 del trattato, si \u00e8 degnato di dire una sola parola. Verrebbe fatto di pensare anche a una vendetta del falsario senese contro il suo nemico fiorentino che avrebbe idealizzato troppo Beatrice. <br>Si potrebbe tirare in ballo la poca fortuna che il senese ebbe con le mogli, oltre alla bisessualit\u00e0 propria soprattutto dei suoi anni giovanili. <br>Penso a qualche passo dei dialoghi platonici, in particolare all\u2019<em>Apologia di Socrate<\/em>, dove si arriva a sospettare nel filosofo la comprensibile aspirazione di morire, bevendo la cicuta, per farla finita con l\u2019ingiustizia che deve subire, ma finalmente anche per liberarsi dal tormento della moglie Santippe, cavallaccia bionda (traducendo cos\u00ec il nome greco in base al senese antico), donna invadente e insopportabile, che pur con tutti i suoi difetti non era affatto scema, e doveva avere compresa la passione del marito per i giovani belli e intelligenti. <br>Socrate non ha lasciato niente di scritto e il suo alunno Platone gli ha attribuito il ricorso frequente al dubbio sistematico, ma finora nessuno \u00e8 arrivato a capire che l\u2019autore con quel dubbio mirerebbe non solo a destare nei lettori sospetti sull\u2019autenticit\u00e0 delle opere del filosofo, ma anche su quella degli scritti molto numerosi di altri autori. <br>Significativo il fatto che Socrate dedichi nelle ultime ore di vita solo pochi istanti \u201calle sue donne di casa\u201d e ai suoi tre figlioletti per tornare a parlare con Critone, Fedone e gli altri.\u00a0 <br>Nel senese il comico e il tragico convivono: lui \u00e8 Aristofane, Euripide e Plauto, e sul misoginismo sembra trovarsi in pieno accordo con Esiodo, Simonide, Teognide, Euripide, Platone, Aristotele e Callimaco, tutti autori a lui strettamente legati.<br>Ma anche ammettendo che l\u2019autore della <em>Poetica<\/em> sia il vero Aristotele, i dubbi maggiori emergerebbero con forza dalla sua conoscenza troppo minuta e attenta di tanti drammi greci. Aristotele appare essere non tanto un filologo quanto un filosofo e uno scienziato naturalista, mentre l\u2019Angiolieri \u00e8 soprattutto un grande letterato, un poeta e romanziere immenso, con la passione per la cultura enciclopedica e la filosofia in particolare. <br>Quest\u2019ultima \u00e8 una materia un po\u2019 ardua, ma nel nostro mondo contemporaneo sta riscuotendo sempre maggior favore e successo, cosa che forse ha indotto di recente qualche specialista italiano appassionato, ma senza dubbio anche interessato, a proporre di introdurne lo studio perfino nelle scuole professionali e addirittura nella scuola media unica. <br>Cecco, senese del Due-Trecento, pensava in grande: mediante la cultura, il genio e la costanza con cui portava avanti i suoi disegni, seppe costruire un vasto edificio letterario che non rimase incompiuto come la cattedrale della sua citt\u00e0. Di quella sua creazione falsa e magnifica non si conoscono ancora a fondo i confini.<br>Qualcuno ha definito Umberto Eco \u201cil maestro di color che sanno\u201d del mondo medievale. <br>Per me questo giudizio dovrebbe essere rivisto. Qui ci sarebbe di mezzo non solo la conoscenza approssimativa di un autore come Aristotele, ma anche una bufera letteraria da cui sta per essere investita una cultura ritenuta per secoli autentica e tanto affidabile da aver costituito finora la base della civilt\u00e0 europea. <br>Le cose si stanno complicando, e sar\u00e0 difficile che la societ\u00e0 cosiddetta occidentale possa trovare con rapidit\u00e0 un terrenosicuro su cui impiantare nuove fondamenta per il poco che resterebbe di autentico nella cultura del passato.<br>Chi trovasse da ridire su queste osservazioni emerse dall\u2019analisi del romanzo di Eco, attraverso il mio saggio recente <em>Una tempesta letteraria mette a soqquadro la \u201cCommedia\u201d di Dante e la cultura<\/em> <em>europea<\/em> (di cui si pu\u00f2 conoscere il contenuto cliccando in internet sul mio nome), partendo proprio dalla <em>Commedia<\/em>, rimasta incompresa per secoli, potr\u00e0 venire a conoscenza di novit\u00e0 sostanziali dovute all\u2019attivit\u00e0 del falsario senese, capaci di mutare l\u2019interpretazione di tutta quanta la letteratura europea che va da Omero fino al tempo del Boccaccio, quest\u2019ultimo un autore universalmente molto amato e letto, ma a mio parere destinato presto a cambiare addirittura nome, se perfino Omero e Virgilio e molti altri grossi calibri non sono usciti molto bene dalla disamina di una letteratura che non appare pi\u00f9 quella basata sulla visione unanime di tanti specialisti del tempo passato e di quello presente.<br>Il saggio in causa, per quanto possa far discutere, tuttavia \u00e8 dotato di caratteristiche tali da far cambiare radicalmente l\u2019interpretazione del patrimonio culturale del passato, vista l\u2019affidabilit\u00e0 di certe mie prove ricavate dalla <em>Commedia<\/em> e dal <em>Decameron<\/em>, rese note di recente anche sulla rivista \u201cLe Antiche Dogane\u201d, ma accolte dalla cultura accademica con il solito e comodo silenzio tipico di accademici sprezzanti delle ricerche di un maestrucolo in pensione estraneo al loro mondo.<br>Il professore Umberto Eco, appassionato medievista, non si sarebbe certo aspettato che il suo romanzo di maggiore successo, dopo circa quarant\u2019anni, dovesse vedersela con gli scompigli provocati dalla vendetta postuma di un giullare colto senese tardomedievale, in cui ho riconosciuto, fra gli altri suoi numerosi pseudonimi, Giovanni Boccaccio. Basterebbe un particolare come questo per rendere le mie congetture meritevoli di attenzione. Quando gli studiosi dormono cullandosi troppo su un assetto letterario discutibile, ritenuto valido per secoli, uno come me che ha da dire qualcosa di nuovo interviene anche per mettere in dubbio la legittimit\u00e0 della spesa di enormi somme di denaro, destinate alla pubblica istruzione, che i contribuenti, non solo italiani, versano ai propri Stati. <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qualcuno ha definito \u201cbello e falso\u201d il romanzo di Umberto Eco che qualche altro, dopo la recente rielaborazione televisiva targata RAI, ha ribattezzato Il nome della noia. 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