{"id":364,"date":"2018-02-11T14:35:14","date_gmt":"2018-02-11T13:35:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/?page_id=364"},"modified":"2018-02-11T14:35:14","modified_gmt":"2018-02-11T13:35:14","slug":"ponzio-pilato-e-leonzio-pilato","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/ponzio-pilato-e-leonzio-pilato\/","title":{"rendered":"Ponzio Pilato e Leonzio Pilato"},"content":{"rendered":"<p align=\"JUSTIFY\"><i>Pubblico anche sul mio sito internet quest&#8217;articolo decisivo per capire il piano letterario di Cecco Angiolieri. Fra l&#8217;altro, oltre ai problemi legati alle Sacre Scritture, da esso viene investita direttamente la questione omerica. Forse solo pochi lettori che qualche mese fa l&#8217;hanno letto ne hanno compreso l&#8217;importanza.<br \/>\n<\/i>Su \u201cIl Giornale\u201d del 29 gennaio 2016 \u00e8 apparso un articolo di Camillo Langone intitolato <i>L\u2019inquisitore riluttante. Alla (ri)scoperta di Pilato<\/i>, nel quale viene recensito il saggio di Aldo Schiavone <i>Ponzio<\/i> <i>Pilato. Un enigma tra storia e memoria<\/i>, edito da Einaudi.<br \/>\nIl recensore sostiene che dal libro di Schiavone non riusciamo a sapere molto di pi\u00f9 sulla figura del governatore della Giudea che fece crocifiggere Cristo, <i>talmente famoso da aver generato vocaboli<\/i> <i>(\u00abpilatesco\u00bb) e locuzioni (\u00ablavarsene le mani\u00bb), eppure della sua vita sappiamo pochissimo\u2026: l\u2019enigma non viene sciolto, continua a essere tale. Perch\u00e9 lo storico napoletano non porta nuovi documenti bens\u00ec nuove interpretazioni e non potrebbe essere altrimenti, da quasi due millenni le fonti sono sempre le stesse, innanzitutto i Vangeli, poi i libri dello storico ebreo Flavio Giuseppe, quindi poche e poco utili righe di Filone, Tacito e Tertulliano. Ci sarebbero anche i Vangeli Apocrifi ma Schiavone non \u00e8 Dan Brawn, uno studioso serio non presta attenzione a patacche tardive (anche del VI secolo, figuriamoci). La notizia vera pi\u00f9 recente risale al 1961: il ritrovamento a Cesarea, sulla costa israeliana, di un\u2019iscrizione smangiucchiata da cui si ricava, dato non proprio decisivo, che il prenome del governatore non era M. \u00abForse si chiamava Lucio o Tito\u00bb. O forse no. \u00c8 tutto un forse il libro di Schiavone ma anche in questo risiede il suo fascino innegabile. \u00abNon sappiamo in che lingua Pilato e Ges\u00f9 si parlassero\u00bb. Si avanza l\u2019ipotesi dell\u2019aramaico, poi del greco, quindi dell\u2019interprete. \u00abDa dove Pilato venisse non sappiamo\u00bb. Forse dal Sannio, forse da un\u2019altra parte: tutte le localit\u00e0 abruzzesi (Bisenti e Fontecchio), molisane (Isernia) e laziali (Scauri) che se ne disputano i natali potranno continuare tranquillamente a farlo, mancando sia le conferme che le smentite\u201d.<br \/>\n<\/i>Mi \u00e8 sembrato opportuno trascrivere gli argomenti di Langone perch\u00e9 mettono bene in evidenza i buchi della storia. Confesso che mi attira poco il fascino di saggi che, pur composti da storici accreditati e famosi, si rifanno pi\u00f9 che altro a ipotesi e a fonti insicure. Allora tanto vale leggere un romanzo di Dan Brawn, anche se lascia il tempo che trova.<br \/>\nUno studioso di storia o viene fuori con qualcosa di veramente nuovo o si mette l\u2019animo in pace. Il silenzio sarebbe preferibile. Ma la carriera degli specialisti e il commercio delle case editrici ne trarrebbero meno vantaggi. Il punto \u00e8 qui.<br \/>\nAnche le altre considerazioni che ho tralasciato di citare, molto probabilmente dovute a Schiavone, relative al fatto che Pilato solo occasionalmente si sarebbe mosso da Cesarea, sapendo che gli ebrei gradivano poco la sua presenza e limitandosi a riscuotere le tasse e a evitare le rivolte, sono un po\u2019 scontate. Che Pilato, per non inimicarsi gli ebrei e in particolare <i>l\u2019\u00e9lite sadducea<\/i>, <i>religiosamente tiepida e politicamente disponibile,<\/i> pur riluttante si pieg\u00f2 a ordinare la crocifissione di Cristo, \u00e8 cosa non nuova e Schiavone non pu\u00f2 fare altro che ricorrere alla sua abilit\u00e0 letteraria per avanzare la seguente ipotesi finale: <i>Pilato cap\u00ec che Ges\u00f9 vedeva la sua morte sulla croce come l\u2019unico esito possibile della sua predicazione e decise infine di accogliere<\/i> <i>l\u2019inspiegabile volont\u00e0 di chi gli stava innanzi.<br \/>\n<\/i>Il recensore conclude cos\u00ec il suo articolo: <i>Chi era dunque Ponzio Pilato? Forse un convertito.<br \/>\n<\/i>Sa troppo di romanzesco che un governatore romano abbia pensato a convertirsi, mettendo a rischio la propria carriera, magari solo per aderire nel suo intimo a una religione monoteistica che i romani per motivi legati alle caratteristiche del proprio impero combatterono mettendola fuori legge.<br \/>\nIn base all\u2019ipotesi di Schiavone sembrerebbe quasi che il criptocristiano Pilato abbia fatto ricorso alla condanna di Ges\u00f9 sulla croce proprio per venire incontro alla volont\u00e0 irrevocabile del profeta di morire per poter dare \u201cl\u2019unico esito possibile\u201d a una predicazione che correva il rischio di rimanere senza frutti evidenti.<br \/>\nPaolo Orosio racconta la favola che Ponzio Pilato, dopo aver ricevuto l\u2019ordine di Caligola volto a profanare il tempio di Gerusalemme, \u201ctrafiggendosi di sua mano, cerc\u00f2 in una rapida morte un abbreviamento delle sue pene\u201d (<i>Le storie contro i pagani,<\/i> VII 5, trad. G. Chiarini). Nel Vangelo di Matteo si legge che Giuda, preso dal rimorso, si sarebbe suicidato dopo aver gettato nel Tempio i trenta denari frutto del suo tradimento.<br \/>\nSono convinto che Paolo Orosio o chi per lui per lui non ne sapesse molto pi\u00f9 di me dei fatti storici relativi alla Palestina nel primo secolo dopo Cristo. Le sue <i>Storie contro i pagani<\/i> sono un falso risalente al tardo Medioevo: lo dimostrer\u00f2 presto in base a certe caratteristiche del suo modo di narrare, tipico di uno scrittore che giocando con le parole desta nel lettore attento molti dubbi, ma ne gi\u00e0 ho dato sufficienti anticipazioni in un capitolo del mio saggio <i>La grandezza di Cecco sconvolge l\u2019Europa <\/i>(Aracne, 2011).<br \/>\nLa Palestina dei tempi di Cristo ai romani non doveva apparire molto attraente. Un grande imperatore la defin\u00ec la concimaia dell\u2019impero. Cito a mente e spero di non sbagliare, ma questa non \u00e8 un\u2019affermazione da passare sotto silenzio, riflettendo forse una convinzione diffusa fra i romani, ammesso pure che l\u2019opera in cui si legge risulti un ennesimo falso.<br \/>\nDi Paolo Orosio, storico molto discutibile e falsario evidente ho parlato a pi\u00f9 riprese nei miei saggi, e non intendo entrare nel groviglio della tradizione testuale delle Scritture, sotto le quali si celano troppi interessi di vario genere. Nell\u2019Ottocento pensatori avversi al cristianesimo come Engels, Feuerbach, Renan, Strauss e i loro epigoni si erano trovati di fronte a ostacoli che impedivano una chiara visuale. Ne riparler\u00f2 pi\u00f9 a fondo quando quegli ostacoli saranno stati rimossi, del tutto o anche solo in parte.<br \/>\nQuegli ostacoli erano costituiti dalle testimonianze degli autori citati sopra come Flavio Giuseppe, Filone, Tacito e Tertulliano, sull\u2019autenticit\u00e0 delle cui opere marxisti e positivisti come Engels, Feuerbach, Renan, Strauss non espressero alcun dubbio. Ho sostenuto in quello stesso articolo e in alcuni saggi che le opere in causa sarebbero falsi tardomedievali di Cecco: per di pi\u00f9 anche il testo della Bibbia sarebbe costituito per un buon sessanta per cento da storie romanzate.<br \/>\nHo scritto, sempre nel capitolo citato, che nelle pagine della Bibbia si distingue a tratti la stessa mano dell\u2019autore dell\u2019<i>Iliade<\/i> e dell\u2019<i>Odissea<\/i>: \u2026 (<i>l\u2019episodio di David e Golia fa pensare a quello di Od\u00ecsseo e del Ciclope), con stragi, duelli, storie d\u2019amore non esenti da azioni delittuose (David, Abigail e Uria), misoginia (Sansone e Dalila) e incesti (Amnon, figlio di David, e la sorellastra Tamar), eccessive crudelt\u00e0 in cui cade chi, semplice pastore, si lascia prendere la mano dal potere e dalla ricchezza (David).<br \/>\n<\/i>Sull\u2019Apocalisse di san Giovanni che conclude la Bibbia la Chiesa stessa ha nutrito molti dubbi, se non altro perch\u00e9 il codice unico che ce l\u2019ha tramandata risale al XIV secolo. Un vuoto di parecchi secoli nella tradizione del testo dovrebbe essere sufficiente a far togliere dalla Bibbia quell\u2019opera, geniale e attraente quanto si voglia. La Bibbia si legge volentieri come un grande romanzo, ma proprio di certe parti romanzate la Chiesa avrebbe avuto l&#8217;obbligo di diffidare.<br \/>\nSe si leggono le sacre Scritture tenendo presenti i problemi di fondo che per tutta la vita animarono le opere del patarino-francescano senese, si finisce per capire che proprio lui \u00e8 il padre del comunismo platonico, intollerante dell\u2019eccesso di potenza e di ricchezza che rende difficile l\u2019esistenza di tanti esseri umani posti ai margini della societ\u00e0. Questo ci rende maggiormente comprensibile la figura di Cristo, la cui personalit\u00e0 risulta molto sfaccettata e complessa, come complessa e sfaccettata era quella di Cecco.<br \/>\nIl senese, senza dubbio un falsario eccezionale, forse commise qualche errore di troppo perch\u00e9 volle conferire ai suoi falsi autenticit\u00e0 mediante una serie di opere convergenti.<br \/>\nFaccio l\u2019esempio di Lucrezio, di Platone e di Dante, ma se ne potrebbero portare altri. A mio parere Cecco non si content\u00f2 di comporre quel falso meraviglioso che \u00e8 il <i>De rerum natura<\/i>, necessariamente lacunoso perch\u00e9 l\u2019autore poteva arrivare solo in parte a ricreare la dottrina di Epicuro con quel poco che sapeva e con un abile lavoro di ricostruzione, ma si spinse oltre con le tre lettere attribuite al grande filosofo greco per avvicinarlo maggiormente a studiosi e lettori. Fece lo stesso con Platone per dare del filosofo un\u2019immagine che ne legasse maggiormente il pensiero con i tentativi di attuazione delle sue idee e dei suoi ideali.<br \/>\nQuanto a Dante, che non per caso era stato molto restio a parlare di s\u00e9 e di certi periodi della sua esistenza, il senese per dare un\u2019autenticazione pi\u00f9 stretta alle sue opere cosiddette minori, tutte propri falsi, gli attribu\u00ec una serie di lettere abilmente confezionate, ma poco credibili a cominciare dalla lingua latina in cui le aveva composte, visto anche che il sommo poeta con quella lingua non aveva grande familiarit\u00e0, e Cecco lo sapeva bene perch\u00e9 era stato il suo vero maestro.<br \/>\nCon gli Apostoli si ag\u00ec nello stesso modo. I quattro Vangeli a loro attribuiti potevano dare qualche sospetto di troppo. Possibile che due pescatori, un gabelliere e un medico, fossero tutti grandi e abili letterati, capaci di dare del loro Maestro e della parte pi\u00f9 significativa della sua vita terrena una visione accortamente differenziata?<br \/>\nSi tenga presente, fra l\u2019altro, che Cecco, l\u2019enciclopedico Cecco, appassionato di prodigi, dei quali si legge nelle pagine di storici suoi pseudonimi come Livio e soprattutto Paolo Orosio, era dotato di approfondite nozioni di magia (anche Apuleio figura fra i suoi pseudonimi) e di arte medica.<br \/>\nA proposito di quest\u2019ultima, se ho ragione, le opere pi\u00f9 famose di medicina del mondo antico risalgono a lui, autore anche del giuramento di Ippocrate, in cui ho ipotizzato un altro suo falso (<i>Da grovigli di falsi esce un<\/i> <i>Dante sconosciuto\u2026,<\/i> Siena 2013, ilmiolibro.it, pp. 136-140).<br \/>\nLe Lettere e gli Atti degli Apostoli avrebbero contribuito a colmare tante lacune presenti nelle strutture del cristianesimo, successive alla crocifissione di Cristo. Quelle strutture apparivano poco consistenti per sostenere in modo duraturo il trionfo di una religione basata troppo sulla fede incondizionata dei devoti.<br \/>\nGli stessi miracoli, verso cui Cecco si mostra tanto avverso quando per il loro tramite dalle autorit\u00e0 religiose si mira con fini di lucro e di potere a ravvivare la credulit\u00e0 dei fedeli, nei Vangeli vengono guardati con un atteggiamento ben diverso: al centro di quelli c\u2019\u00e8 la figura di Ges\u00f9 Cristo, nel quale il senese ha immesso molto di s\u00e9 e nel quale ha visto <i>l\u2019uomo nuovo in cui tutta l\u2019umanit\u00e0 dovr\u00e0 ritrovarsi attraverso<\/i> <i>la rifondazione di un ordine cosmico e individuale corrotto dal peccato\u2026 per la trasgressione di Eva. Il Cristo dovr\u00e0 riportare l\u2019umanit\u00e0 alla sua condizione originaria di purezza, cancellando la differenziazione dei sessi peccaminosi<\/i> (si veda su \u201cLe Antiche Dogane\u201d, mar.-apr. 2016, il mio articolo intitolato <i>Cecco, il personaggio principale della \u201cCommedia\u201d, figlia <\/i><i>dell\u2019odio<\/i>). E siamo arrivati al <i>gender<\/i>.<br \/>\nAnche nelle opere numerose con al centro la figura di san Francesco, l\u2019eroe di Cecco per il suo attaccamento verso i meno fortunati, i miracoli godono di questa condizione di privilegio, che per chi conosce bene il senese pu\u00f2 essere compresa solo alla luce del suo <i>amor<\/i> verso i poveri e gli infelici, destinato a <i>vincere<\/i> <i>omnia<\/i>.<br \/>\nPasso a un altro personaggio che nella vita e nelle opere del falsario senese Cecco Angiolieri occupa un posto di rilievo, Leonzio Pilato, il cui nome allude apertamente a Ponzio Pilato, e nessuno finora ha compreso il valore di questa allusione.<br \/>\nLe sue vicende sono legate a episodi importanti delle vite del Boccaccio e del Petrarca che vanno dal 1358 al 1363: il Boccaccio scrisse che sarebbe stato calabrese, mentre lui sosteneva di essere tessalo e si dichiarava greco in Italia e italiano in Grecia, quasi volendo mantenere il segreto sulla sua nascita e sulla sua vita anteriore.<br \/>\nSempre il Boccaccio nella <i>Genealogia deorum gentilium<\/i> scrisse la celebre frase che consegn\u00f2 Leonzio Pilato all\u2019immortalit\u00e0: \u201c\u2026 io sono stato il primo, fra i latini, che da Leonzio Pilato ho udito l\u2019<i>Iliade<\/i>\u201d.<br \/>\nL\u2019uomo era di aspetto strano e un po\u2019 repellente: aveva folti e lunghi capelli neri che gli coprivano la faccia, una barba fitta e incolta, un modo di parlare farfugliante e spesso oscuro. Teneva un comportamento rozzo, era insolente e scontroso, ma aveva un merito, quello di aver tradotto Omero, sebbene il Petrarca criticasse quella traduzione perch\u00e9 troppo letterale e priva di qualit\u00e0 poetiche. Leonzio avrebbe tradotto anche l\u2019<i>Ecuba<\/i> di Euripide, i <i>Mirabilia<\/i> di Aristotele e una parte del <i>Digesto<\/i> di Giustiniano. Sono tutti particolari da tenere ben presenti.<br \/>\nIl Petrarca rimaneva molto perplesso davanti a quell\u2019uomo dall\u2019aria sinistra che spesso lo faceva arrabbiare, ma si guardava bene dal troncare ogni rapporto con lui, sentendosi attirato dalle sue promesse di altre opere risalenti a autori classici. Neanche l\u2019amore di Leonzio per il poeta latino Terenzio lo convinceva troppo e si chiedeva stupito che cosa potesse avere in comune quel greco \u201ctristissimo con quell\u2019africano cos\u00ec ilare\u201d.<br \/>\nLeonzio Pilato come maestro avrebbe avuto Barlaam, monaco calabrese e raffinato teologo che aveva insegnato il greco presso la curia papale di Avignone, dove per di pi\u00f9 era stato seguito nelle sue lezioni dallo stesso Petrarca durante la seconda parte dell\u2019anno 1347, vale a dire fino al novembre, quando il poeta lasci\u00f2 la Provenza. Su Barlaam ci sarebbe molto altro da dire, ma non voglio allungare troppo questo mio scritto, tanto pi\u00f9 che di lui ho parlato qua e l\u00e0 nei miei saggi.<br \/>\nLa morte di Barlaam, avvenuta di l\u00ec a poco, fece s\u00ec che il poeta laureato interrompesse l\u2019 apprendimento del greco, al punto che nel 1354 ammise la sua incapacit\u00e0 di comprendere il testo di un poema omerico ricevuto in dono per il tramite di un funzionario dell\u2019imperatore bizantino.<br \/>\nIl culto del greco era connaturato alla civilt\u00e0 latina. Lo ha sostenuto a ragione Emanuele Coccia nel suo saggio intitolato <i>Il greco, la lingua fantasma dell\u2019Occidente medievale<\/i>, saggio che mi \u00e8 stato di grande utilit\u00e0 per questo mio articolo. Coccia riporta anche il seguente passo, scritto dal Boccaccio nelle sue <i>Genealogie<\/i>, a mio parere molto importante per capire a fondo la faccenda: <i>Io non sono certo l\u2019unico a mescolare il greco alle cose latine: \u00e8 un\u2019antica consuetudine. Aprite se volete i libri di Cicerone, guardatevi gli scritti di Macrobio, date un\u2019occhiata ai libri di Apuleio, e infine, per non citarne altri, sfogliate i testi di Massimo Ausonio: troverete spessissimo versi greci inseriti tra quelli latini. In questo io non faccio che seguire le loro orme.<br \/>\n<\/i>Fra parentesi il nome dell\u2019ultimo autore citato sarebbe Magno Ausonio, altro pseudonimo di Cecco, che qui, con l\u2019alterazione in <i>Massimo<\/i> da <i>Magno<\/i>, allude a s\u00e9 stesso definendosi l\u2019autore \u201citaliano\u201d pi\u00f9 grande di tutti. Di Ausonio ho parlato in un paio di pagine del mio <i>La grandezza di Cecco sconvolge l\u2019Europa<\/i>, Aracne 2011, pp.182-184.<br \/>\nCecco tramite le sue controfigure letterarie mira a mettere in luce la lingua greca, facendo intuire di conoscerla molto meglio di quanto abbia dato a intendere: a lui risale l\u2019invenzione dei legami che avrebbero unito la cultura letteraria romana con quella greca, innegabili ma forse molto superiori a quelli effettivi, grazie per esempio a un suo pseudonimo come Cicerone.<br \/>\nTuttavia, per non scoprirsi troppo, sotto le vesti di Giovanni Boccaccio fece di tutto pur di celare le proprie nozioni reali di quella lingua che era riuscito a dominare alla perfezione, trincerandosi dietro errori intenzionali facilmente avvertibili, presenti in alcuni titoli di sue opere impostate su temi della letteratura greca.<br \/>\nTorniamo a Leonzio Pilato. Nell\u2019inverno del 1358-59 avrebbe incontrato per la prima volta il Petrarca e alla fine dell\u2019estate del 1360 sarebbe giunto a Firenze, dove compare in una lista di professori negli anni 1360-62 come \u201cmaestro Leonpilato di Tessaglia, eletto per l\u2019insegnamento della grammatica e della letteratura greca\u201d. Avrebbero frequentato quelle strane lezioni il Boccaccio e forse, talvolta, anche il Petrarca, che ospit\u00f2 Leonzio nella sua casa dopo avergli fatto assegnare, un po\u2019 a fatica, uno stipendio pubblico dai dottori dello Studio fiorentino.<br \/>\nIl corso verteva di fatto sulla lettura e sulla spiegazione dell\u2019<i>Iliade<\/i> di Omero, ma abbiamo gi\u00e0 visto che il metodo era molto discutibile per il Petrarca, che nel 1363 ospit\u00f2 di nuovo in casa sua Leonzio, stavolta a Venezia. Qui per\u00f2 le cose non andarono molto bene: frequenti erano le liti del poeta di Laura \u201ccon la gran bestiaccia\u201d, che alla fine se ne and\u00f2 contrariato e comp\u00ec vari viaggi a Costantinopoli. Di ritorno da uno di essi, racconta il Boccaccio, durante una tempesta si sarebbe aggrappato all\u2019albero maestro della nave come Ulisse nel naufragio fra Scilla e Cariddi narrato nell\u2019<i>Odissea<\/i>, con la differenza che un fulmine avrebbe causato la sua morte. Cecco doveva avere una paura dannata dei fulmini, come si apprende anche dalla lettura dei falsi di un suo <i>alter ego<\/i> come Agostino.<br \/>\nTutto questo mi \u00e8 apparso come una specie di romanzo nel quale la mano di Cecco-Boccaccio \u00e8 facilmente riconoscibile. O meglio, il falsario sembrerebbe aver ideato gran parte della vicenda con l\u2019abilit\u00e0 di un uomo di teatro consumato. Si deve sempre tenere presente che il senese era un giullare colto, abile negli intrecci comici e drammatici, insieme Sofocle, Euripide, Aristofane, Plauto, e in questa occasione si sarebbe rivelato anche un grande attore e regista.<br \/>\nTalvolta mi \u00e8 venuto il dubbio che con una serie di abili travestimenti Cecco si sia nascosto sotto le sembianze ispide e sgradevoli di quella semispecie di selvaggio ributtante per imporre all\u2019attenzione del mondo civile una lingua fantasma come il greco antico e in particolar modo un autore come Omero, da lui reso familiare ai lettori colti mediante falsi che, tramite pseudonimi, in continuazione esaltano e mirano a reclamizzare il poeta sovrano e i suoi poemi.<br \/>\nNon sono certo in grado di ricostruire meglio la faccenda: tutto \u00e8 nebuloso e incerto, ma sarei portato a pensare al colpo di genio di un grande letterato che con accortezza e abilit\u00e0 impareggiabili riusc\u00ec a attirare nella sua rete un altro grande e famoso letterato come il Petrarca, in cui l\u2019avversione fisica verso il selvaggio Leonzio era soffocata dalla forte speranza di una propria gloria sempre maggiore, radicata in una serie di scoperte entusiasmanti che portavano dritte a un tesoro letterario arcano di cui quella semispecie di mago-stregone, indisponente e all\u2019apparenza quasi ignaro delle proprie potenzialit\u00e0 culturali, sembrava possedere la chiave segreta.<br \/>\nIn questo comportamento di Cecco-Boccaccio a mio parere si cela anche l\u2019intento evidente di farsi gioco di un Petrarca che non lo stim\u00f2 mai molto. Per il poeta laureato aretino quel letterato grasso, goffo e un po\u2019 strano, pur autore del <i>Decameron<\/i>, opera del resto per lui discutibile (e questo non suona a gloria dell\u2019aretino), era divenuto indispensabile perch\u00e9, dotato di grande fiuto per i capolavori dell\u2019antichit\u00e0, era riuscito a stabilire una relazione preziosa con un personaggio che, pur repellente e spiacevole, di tante opere scomparse da secoli quasi per potere magico appariva conoscere esemplari scampati miracolosamente alle traversie dell\u2019impero romano d\u2019Occidente e d\u2019Oriente, mostrandosi capace di riportarli alla luce. Talvolta Cecco appare come un giullare scanzonato e talaltra un grande romanziere e pensatore.<br \/>\nTutto questo mi porta a pensare che, se ho ragione a nutrire tanti sospetti sulla faccenda e sui suoi protagonisti, il Petrarca nella trama ideata dall\u2019amico Giovanni fin\u00ec per fare la parte di Calandrino, nella quale si sono calati con entusiasmo e passione per secoli anche tanti ignari studiosi, in eterna venerazione per le opere del mondo classico.<br \/>\nIl piano fu ideato e attuato con perfezione geniale, tanto che ancora nessuno si \u00e8 accorto delle troppe cose che in esso non stanno in piedi.<br \/>\nA questo punto viene da domandarsi che legame ci sia fra Ponzio Pilato e Leonzio Pilato. Cecco \u00e8 solito legare le sue trame sottili con allusioni continue e rimandi alle questioni pi\u00f9 rilevanti di cui si occup\u00f2 nella sua lunga vita.<br \/>\nQui con una chiara somiglianza nei nomi ha messo in collegamento fra loro il governatore romano famoso per aver ordinato la crocifissione di Cristo e un letterato molto strano che avrebbe fatto riemergere Omero dalla fitta nebbia dei tempi.<i> <\/i>Ha cos\u00ec legato insieme il funzionario romano, famoso per il ruolo rivestito nella morte di Cristo, da cui nacque una religione destinata a cambiare il mondo, all\u2019uomo che per primo avrebbe fatto conoscere poemi immortali, rimasti sepolti sotto la polvere e l\u2019oblio dei secoli.<br \/>\nDi fatto Cecco ha inteso lasciare un ennesimo segno evidente della propria azione di falsario sui testi basilari del cristianesimo e delle letterature dell\u2019antichit\u00e0, sperando che prima o poi qualcuno arrivasse a capire tutta la messa in scena e gli intenti di chi l\u2019aveva ideata. Quegli intenti dovranno essere illuminati meglio perch\u00e9 ci si renda conto dei veri motivi che spinsero il senese a escogitare e attuare un piano di quella portata.<br \/>\nLimitarsi a dire che si sia comportato come un giullare dotato di cultura e di genio singolari non basta: c\u2019\u00e8 da tenere presente che dal 1313 in poi \u00e8 un morto vivente che conduce la vita dell\u2019esule con la spada di Damocle di un\u2019accusa di eresia sempre pendente sopra di lui e che sotto l\u2019ampia tonaca di terziario francescano trova per gran parte della sua lunghissima vita un riparo e un nascondiglio. Forse bisogner\u00e0 cominciare a parlare di un piano letterario diabolico imperniato su un forte desiderio di vendetta. Postuma, s\u2019intende, che lo avrebbe reso immortale, e forse anche odioso agli occhi di molti filologi conservatori.<br \/>\nTuttavia non c\u2019\u00e8 dubbio che con l\u2019attuazione di quel piano Cecco ha fatto sorgere questioni rilevanti che attendono da secoli di essere risolte, come quella omerica, quella dantesca e quella legata alla autenticit\u00e0 delle sacre Scritture, problemi ai quali penso di aver fatto compiere qualche passo avanti.<br \/>\nSpero di non fare la fine dei tanti che negli ultimi tre secoli, nel tentativo di risolvere la questione omerica, hanno fatto solo buchi nell\u2019acqua: alcuni di essi sono annoverati tuttora fra i pi\u00f9 grandi filologi del mondo.<br \/>\nSe ho ragione, risulter\u00e0 che un italiano del tardo Medioevo per un suo piano letterario a lungo termine, volto a colmare le lacune venutesi a creare nella grande cultura europea da Omero fino al periodo altomedievale a causa delle invasioni dei barbari, ricre\u00f2 una serie infinita di capolavori che costituiscono le glorie maggiori per Atene, Roma, Parigi, Londra, Berlino e Madrid.<br \/>\nOgni volta che penso a Omero mi tornano in mente le numerose lezioni sulla questione omerica che negli anni Cinquanta ascoltai all\u2019universit\u00e0 di Firenze dal mio professore Alessandro Setti.<br \/>\nDi lingua omerica sentii parlare spesso anche il glottologo Giacomo Devoto, autore di un paio di manuali al riguardo. Quello che nelle sue lezioni mi colp\u00ec fu la fitta variet\u00e0 soprattutto di certe forme verbali, talvolta troppo ricca. A meravigliarmi fu la vasta possibilit\u00e0 di scelta fra quelle forme, attinta ai tre maggiori dialetti greci e determinata di volta in volta dalle esigenze metriche dell\u2019esametro. Quell\u2019Omero tricipite qualche dubbio me lo fece affiorare spesso alla mente.<br \/>\nA volte mi venne da pensare a un\u2019elasticit\u00e0 eccessiva di quel greco, tipica della gomma da masticare. Mi sono sempre ripromesso di vedere come stessero le cose nei frammenti papiracei dei poemi omerici che non collimano con i testi giunti fino a noi, ma me lo hanno impedito altri interessi pi\u00f9 terra-terra e soprattutto l\u2019indolenza di passare alcuni giorni all\u2019Istituto Papirologico fiorentino per rendermene meglio conto.<br \/>\nPer di pi\u00f9 mi pareva scontato che qualcuno si fosse gi\u00e0 occupato della faccenda, come \u00e8 probabile. Ma ricordo anche che negli anni Cinquanta, quando lavoravo alla tesi, sempre all\u2019Istituto Papirologico, sentii una discussione al riguardo fra Nicola Terzaghi, allora Presidente dell\u2019Istituto, e alcuni studiosi: in breve, la tradizione dei testi epici greci deve essere stata tanto complessa, che certe discrepanze nei poemi sono ammissibili.<br \/>\nQuel senese era un falsario colto che a mio parere si nascose dietro un numero impressionante di pseudonimi, autori dei grandi poemi epici dell\u2019antichit\u00e0, di tante opere storiche e filosofiche, e forse anche di certe parti delle sacre Scritture.<br \/>\nDi lui si potr\u00e0 pensare e dire quello che si vorr\u00e0, ma se si ammetter\u00e0 che senza di lui non avremmo avuto la splendida fioritura del Rinascimento, tanti giudizi al riguardo dovranno essere espressi con la cautela necessaria. Forse finir\u00e0 per essere considerato il genio letterario pi\u00f9 grande del pianeta Terra, nonostante che sia stato un falsario.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblico anche sul mio sito internet quest&#8217;articolo decisivo per capire il piano letterario di Cecco Angiolieri. 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