{"id":169,"date":"2015-11-25T12:25:38","date_gmt":"2015-11-25T11:25:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/wordpress\/?page_id=169"},"modified":"2016-01-07T10:10:43","modified_gmt":"2016-01-07T09:10:43","slug":"i-misteriosi-acrostici-dellodissea-e-le-fave-di-pitagora","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/i-misteriosi-acrostici-dellodissea-e-le-fave-di-pitagora\/","title":{"rendered":"I misteriosi acrostici dell&#8217;Odissea e le fave di Pitagora"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Ho ritrovato un ritaglio di giornale di alcuni anni fa, sul quale non avevo appuntato la data.<br \/>\nParla di una scoperta &#8220;che se confermata sarebbe eccezionale&#8221;, fatta dal professor Franco Mosino, filologo e grecista calabrese che per dieci anni ha studiato i testi attribuiti a Omero.<br \/>\nTrascrivo quanto mi \u00e8 sembrato pi\u00f9 importante: \u00abLa novit\u00e0 che in 2700 anni nessuno aveva mai visto sono degli acrostici, cio\u00e8 scritture verticali che si trovano all&#8217;inizio e alla fine dei canti e che si riferiscono al contesto della vicenda narrata\u00bb, spiega Mosino, che porta un esempio: \u00abnell&#8217;<i>Odissea,<\/i> quando si racconta dell&#8217;incontro tra Ulisse e Penelope dopo la guerra e il viaggio di ritorno del protagonista c&#8217;\u00e8 l&#8217;acronimo &#8220;ama&#8221; (alfa-mi-alfa) che in greco significa insieme\u00bb.<br \/>\nMa l&#8217;acrostico pi\u00f9 importante secondo il professore si troverebbe all&#8217;inizio del poema, l\u00e0 dove si legge \u00abappa\u00bb. Potrebbe essere una sorta di sigillo all&#8217;opera. Mosino \u00e8 convinto che <i>Iliade<\/i> e <i>Odissea<\/i> siano stati scritti da autori diversi e che l&#8217;autore delle vicende di Ulisse sia proprio chi si firma \u00abappa\u00bb. La firma all&#8217;interno dei poemi era, ricorda lo studioso, una pratica diffusa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono andato a leggere su internet il curriculum del professor Mosino: confesso che mi sono vergognato. Tutti e due siamo nati nel 1932, forse l&#8217;anno pi\u00f9 nero della grande depressione economica per l&#8217;Italia nel secolo scorso. Nel 1952, quando Mosino si laure\u00f2 in lettere antiche, come si diceva allora, all&#8217;universit\u00e0 di Firenze, io ero sempre al liceo a combattere la mia lunga battaglia contro le formule di prostaferesi e le materie scientifiche. L&#8217;anno dopo finalmente riusc\u00eci a superare la maturit\u00e0. All&#8217;universit\u00e0 me la presi comoda e solo nel 1958 mi laureai in papirologia greca.<br \/>\nQuesto dice molto sulle mie non eccelse doti di studente. E neanche molto migliore \u00e8 stata la mia carriera, se si pu\u00f2 chiamare cos\u00ec, come insegnante di scuola media inferiore. La scuola non mi \u00e8 mai piaciuta, e mi accorsi troppo tardi di essere negato all&#8217;insegnamento.<br \/>\nAppena mi fu possibile scappai, quasi come avevo fatto il primo giorno alle elementari, e una volta libero, studiando e pubblicando commedie popolari del Cinquecento in senese antico, sono arrivato a scoprire che nella letteratura italiana delle origini \u00e8 presente una questione dantesca ignorata da tutti gli specialisti. Di l\u00ec sono passato a un&#8217;altra questione importante come quella omerica. Forse mi illudo, ma penso di averle risolte tutte e due.<br \/>\nNel frattempo Franco Mosino, valido e appassionato insegnante di lingue classiche in licei e universit\u00e0, ha scritto un sacco di pubblicazioni di vario genere.<br \/>\nNel 2013 si \u00e8 presentato addirittura candidato al premio Nobel per la letteratura con cinque volumi di saggi sulla questione omerica, ma ha battuto nel canapo, come si dice nella Siena paliesca: ha ragione Mosino a sostenere polemicamente che dal 1902, quando fu premiato Teodoro Mommsen, in Svezia non si d\u00e0 un alto riconoscimento alla saggistica letteraria, negli ultimi anni entrata dappertutto in forte crisi, particolarmente in Italia.<br \/>\nE questo \u00e8 male: si sono privilegiati romanzi vari e poesie e si \u00e8 lasciato immutato l&#8217;assetto di tutta la letteratura europea da Omero fino al Boccaccio, a mio parere reso molto traballante da un numero considerevole di falsi due-trecenteschi.<br \/>\nUn tentativo potrei farlo anch&#8217;io per il premio Nobel, ma poi ho pensato che, se mi andasse bene, pur non odiando la ricchezza come il patarino e comunista Cecco-Platone, tutti quei soldi finirei per sperperarli giocando in Borsa. Eppoi non riuscirei neanche a trovare un paio di filologi di chiara fama che presentassero i miei saggi: li ho tutti contro e mi danno del matto.<br \/>\nAnche Mosino \u00e8 convinto di aver risolto la questione omerica. La punta di diamante della sua ricerca \u00e8 costituita, come si \u00e8 gi\u00e0 visto, dagli acrostici, scritte verticali. Per lo studioso \u00e8 dubbia la paternit\u00e0 di Omero come autore dell&#8217;<i>Iliade<\/i>, mentre a comporre l&#8217;<i>Odissea<\/i> sarebbe stato un calabrese, anzi un reggino: lo dimostrerebbero l&#8217;ambientazione delle avventure di Ulisse nello Stretto di Messina e tradizioni come l&#8217;uso di cucinare il maiale infarinato e di pescare mediante un nervo bovino, come si fa ancora oggi nella riva calabrese dello stretto.<br \/>\nCerco di spiegare perch\u00e9 ho scritto questa pappardella mettendo bocca indebitamente negli studi del prossimo. Io, che sono stato molto preciso e scrupoloso indicando nome e cognome di quello che \u00e8 per me il falsario autore dei poemi cosiddetti omerici, vissuto fra Duecento e Trecento, vale a dire il senese Cecco Angiolieri, <i>alias<\/i> Giovanni Boccaccio, mi sono accorto che l&#8217;autore ha lasciato la sua firma criptata anche in altri suoi innumerevoli falsi, oltre che nell&#8217;<i>Odissea<\/i>.<br \/>\nMi prover\u00f2 a spiegare la faccenda nella speranza che una convergenza significativa, derivante da ricerche indipendenti l&#8217;una dall&#8217;altra, porti a qualcosa che possa rivelarsi importante per la soluzione della questione letteraria pi\u00f9 ardua e complessa cui abbiano lavorato per secoli i pi\u00f9 accreditati filologi del mondo occidentale, facendo solo tanti buchi nell&#8217;acqua.<br \/>\nNon star\u00f2 a spiegare per filo e per segno il percorso della mia ricerca iniziata pi\u00f9 di otto anni fa: chi voglia rendersene meglio conto non ha che da leggere qualche articolo del mio sito internet, se non vuole perdere troppo tempo con i miei saggi pi\u00f9 recenti, all&#8217;ultimo dei quali ho dato un titolo che dovrebbe mettere un po&#8217; in apprensione quanti hanno a cuore per motivi vari la grande cultura europea del passato: <i>L&#8217;Umanesimo, la grande beffa di Cecco Angiolieri<\/i>.<br \/>\nNessuno al riguardo ha detto finora n\u00e9 ai n\u00e9 bai. Prima che in segno di protesta mi ritiri a vivere da eremita in una capannuccia o in un anfratto del deserto siriano, come fece a suo tempo Cecco-Gerolamo, dove non avr\u00f2 bisogno di aspettare a lungo la fine, vista la pericolosit\u00e0 attuale del luogo, voglio segnalare qualcosa al coetaneo Mosino che potrebbe essergli utile per mettere meglio a fuoco le sue scoperte degli acrostici misteriosi.<br \/>\nNon star\u00f2 a indicare quelli che per me sono gli innumerevoli falsi di Cecco in cui si trova la parola &#8220;appa&#8221; o &#8220;abba&#8221;, che vorrebbe dire &#8220;padre&#8221;, passato al significato di &#8220;abate&#8221;, vale a dire &#8220;padre spirituale&#8221; di anacoreti e monaci. Non ho segnato i passi precisi perch\u00e9 procedo in fretta nelle letture, essendo il mio campo di indagine molto vasto, e solo ora, dopo aver riletto con attenzione quel ritaglio di giornale, mi sono accorto dell&#8217;importanza che in Cecco assume la parola, divenuta un segnale distintivo, tramite anche il quale il falsario senese ha cercato di portare i lettori a scoprire il suo imponente piano letterario criptato.<br \/>\nFranco Mosino, che ha senza dubbio capacit\u00e0 e abilit\u00e0 superiori alle mie in simili ricerche, ci metter\u00e0 poco a avere davanti a s\u00e9 il quadro della situazione e a rendersi conto se ho preso lucciole per lanterne. Sar\u00e0 necessario rifarsi, fra tante altre, alle opere di Sinesio, Gerolamo, Agostino, Gregorio di Nissa, il monaco Siro, Eucherio di Lione, Rodolfo il Glabro, Isidoro di Siviglia, Iacopo da Varagine, e a numerosi autori di opere devote e di storia ecclesiastica, tutti prestanome di Cecco, ma non sono da escludere neanche i poemi finora adespoti <i>Beowulf<\/i>, <i>Nibelunghi<\/i>, <i>Chanson de Roland<\/i>, <i>Poema de mio Cid<\/i>, <i>Digen\u00ecs Akr\u00ectas<\/i>, quest&#8217;ultimo considerato il poema nazionale dei greci moderni, e quel grande capolavoro intitolato<em> Carmina Burana<\/em>, del quale, come anche dei cinque poemi citati, sarebbe ormai tempo di fissare la paternit\u00e0.<br \/>\nL&#8217;autore che ha lavorato non poco su quelle opere fondamentali per la cultura europea, pur false che siano, non poteva essere tanto disinteressato alla sua gloria da fare di tutto perch\u00e9 il suo nome rimanesse avvolto nell&#8217;ombra <i>in aeternum.<\/i> Di segnali ne ha lasciati parecchi, ma gli specialisti non hanno saputo interpretarli.<br \/>\nPorto come esempio l&#8217;ultimo verso della <i>Chanson de Roland<\/i>: <i>Ci falt la geste que Turoldus declinet<\/i> (&#8220;La gesta scritta qui da Turoldo ha fine&#8221;, traduce Renzo Lo Cascio). Come ho sostenuto nel saggio <i>Omero \u00e8 nato a Siena<\/i>, Turoldo potrebbe essere l&#8217;autore o solo il rimaneggiatore, il traduttore, il copista di un&#8217;opera preesistente.<br \/>\nPer scegliere bene tra queste congetture mi sono rifatto al verbo latino <i>declinare<\/i>, che nel Cicerone del <i>Laelius de amicitia<\/i> e nell&#8217;Aulo Gellio delle <i>Noctes Atticae<\/i>, due altri falsi di Cecco, assume il significato di &#8220;deviare&#8221;, &#8220;allontanarsi da&#8221;, &#8220;fare digressioni&#8221;.<br \/>\nL&#8217;autore vero, a mio parere servendosi di una <i>chanson<\/i> preesistente, forse molto breve e non necessariamente scritta, ne ha ricavato un capolavoro, di cui i francesi si fanno vanto, un po&#8217; diverso dalla composizione da cui molto probabilmente ha preso lo spunto. Arnaldo Roncaglia ha parlato di un Turoldo monaco di F\u00e9camp, che poi sarebbe stato anche abate di Malmesbury. La coincidenza interessante per me \u00e8 che lo stesso Cecco, sotto lo pseudonimo di Guglielmo di Malmesbury avrebbe composto un falso intitolato <i>Gesta regum <\/i><i>Anglorum<\/i>.<br \/>\nHo avanzato inoltre l&#8217;ipotesi che Turoldo potrebbe derivare da Tura, Ventura, un nome frequente in Toscana nel Medioevo. Agnolo di Tura del Grasso \u00e8 un cronista senese sotto il quale ho individuato lo stesso Cecco: Agnolo porta a Angiolieri e l&#8217;adiposit\u00e0 era una caratteristica fisica del senese. Fra l&#8217;altro Agnolo di Tura ci ha lasciato una potente descrizione della peste nera\u00a0 che fece il vuoto fra gli abitanti di Siena. <i>Ubi pestis, ibi Ceccus.<\/i><br \/>\nIn un antro situato vicino al Cairo, nel primo Novecento si scoprirono rotoli di opere attribuite a Or\u00ecgene, da una delle quali si \u00e8 addirittura ricavato il testo di un&#8217;opera singolare e di notevole importanza, andata perduta, del pagano Celso, fiero nemico del cristianesimo.<br \/>\nCecco, afflitto da una malattia della pelle simile alla scabbia e misantropo come il suo personaggio indimenticabile di Timone, deve essere vissuto a lungo in quella cavit\u00e0, tuttora chiamata la Grotta di Tura, che porta a pensare non casualmente all&#8217;antro di Polifemo, alla famosa caverna del mito platonico, all&#8217;anfratto sul mare dove Demostene fra il fragore delle onde declamava a alta voce, per liberarsi dei suoi difetti di pronuncia e della balbuzie, e all&#8217;antro dell&#8217;isola di Lemno dove viveva in solitudine il personaggio cecco-sofocleo Filottete, per non tormentare i propri simili con il fetore di una sua ferita purulenta e con le proprie grida di dolore.<br \/>\nLe opere del teologo Or\u00ecgene a mio parere altro non sono che falsi di Cecco, composti nel periodo dal senese passato in Egitto per informarsi <i>in loco<\/i> anche intorno a altre cose, di cui avrebbe fatto scrivere il suo pseudonimo Erodoto. Si veda al riguardo il mio <i>Da grovigli<\/i> <i>di falsi esce un Dante sconosciuto&#8230;<\/i>(ilmiolibro.it, Siena 2013<i>, <\/i>pp. 95-96). Anche quella costituita dal nome Turoldo \u00e8 una firma criptata simile all&#8217;altra delle parole &#8220;appa&#8221;, &#8220;abba&#8221;, &#8220;abbas&#8221;, disseminate da Cecco in alcune sue opere.<br \/>\nForse, a tale proposito, l&#8217;esempio pi\u00f9 calzante l&#8217;ho trovato nel <i>Poema de mio Cid<\/i>, misto di catalano, galiziano-portoghese e castigliano. In Spagna, siccome viene considerato il primo documento letterario nazionale, non si contano gli studi sul poema dalla sua prima edizione a stampa risalente al XVIII secolo. Per i <i>tradizionalisti<\/i> sarebbe il prodotto di una lunga tradizione popolare trasmesso oralmente da giullari. Uno di questi studiosi, il pi\u00f9 autorevole, cui si deve la prima edizione critica dell&#8217;opera, Ram\u00f2n Men\u00e9ndez Pidal, ha riconosciuto in esso addirittura la mano di due diversi giullari anonimi del XII secolo.<br \/>\nInvece per gli <i>individualisti<\/i> alla base dell&#8217;opera ci sarebbe un autore colto, Per Abbat, nome che compare nel manoscritto di Madrid, ritenuto invece un semplice amanuense dai\u00a0 <i>neo-tradizionalisti.<\/i><br \/>\nLa cosa \u00e8 piuttosto interessante: viene fuori l&#8217;autore, un abate di nome Pietro. A mio parere la soluzione potrebbe essere a portata di mano.<br \/>\nCi sarebbe di mezzo la storia d&#8217;amore di Pietro Abelardo e di Eloisa, ritenuta da molti studiosi la pi\u00f9 bella di tutti i tempi. Riassumendola non vorrei annoiare i lettori, molti dei quali saranno meglio informati di me al riguardo. Chi volesse conoscere le novit\u00e0 che mi \u00e8 sembrato di scoprire sulla faccenda, pu\u00f2 leggere le quattordici pagine da me scritte nell&#8217;articolo intitolato &#8220;Il grande falso della storia d&#8217;amore di Abelardo e Eloisa&#8221;, contenuto nel saggio <i>Da grovigli di falsi&#8230;<\/i>, citato poco sopra.<br \/>\n<i>Historia calamitatum mearum<\/i> si intitola questo capolavoro, un romanzo epistolare in latino che sarebbe stato composto da Pietro Abelardo, un grande intellettuale, un chierico, insegnante universitario francese, filosofo e teologo, vissuto nel XII secolo.<br \/>\nUno studioso inglese ha scritto: &#8220;Non soltanto Eloisa e Abelardo, ma lo stesso secolo XII cambiano d&#8217;aspetto secondo che si ammetta o si neghi l&#8217;autenticit\u00e0 di questo importante documento&#8221;. Per me si tratta di un falso di Cecco fra i pi\u00f9 evidenti, nonostante l&#8217;opinione opposta di quasi tutti gli specialisti del nostro tempo.<br \/>\nSintetizzo la vicenda: Abelardo, brillante <i>magister<\/i> con un seguito di numerosi alunni di tutta Europa, vivendo a Parigi nella casa di un canonico di Notre Dame, si innamora della sua bellissima figlia Eloisa, diciassettenne. Eloisa rimane incinta. Nasce un figlio cui viene messo il nome di Astrolabio. I parenti imbestialiti evirano Abelardo e fanno prendere i voti alla ragazza.<br \/>\nAbelardo riprende l&#8217;insegnamento, ma dopo non molto finisce per rifugiarsi nel monastero di Saint Gildas, di cui diviene abate. Del nome Gildas ho parlato su questa stessa rivista nel numero di gennaio 2015 in un articolo intorno alle opere altomedievali latine relative all&#8217;Inghilterra.<br \/>\nI due amanti, senza essersi pi\u00f9 rivisti dopo la loro separazione, tengono solo rapporti epistolari. Il chiostro \u00e8 per lei e per lui salvezza, purezza di vita libera dal peccato. Tuttavia chi si rassegna pi\u00f9 a stento appare la donna, colta e sensibile. Il suo nome, nella variante Elissa, sorella dell&#8217;abbandonata Didone, figura anche nel poema medievale intitolato <i>Eneide<\/i>, e non \u00e8 una coincidenza casuale.<br \/>\nLa storia ha dei risvolti talvolta anche un po&#8217; comici, quali si trovano in tanti scritti di Cecco. Viene da ridere quando si legge che lo sfortunato filosofo \u00e8 nato a Le Pallet, che abbia insegnato a Corbeil e che suo figlio Astrolabio, il figlio del peccato, porti il nome di uno strumento collegato alle stelle.<br \/>\nA Abelardo \u00e8 toccata una sorte simile a quella di Or\u00ecgene, il grande teologo gnostico, vissuto in Egitto nel II sec. d.C., anche lui un po&#8217; eretico come Cecco. Di diverso c&#8217;\u00e8 che l&#8217;egiziano si evir\u00f2 con le proprie mani per liberarsi dalla tirannia della carne e dei sensi.<br \/>\nAbelardo a un certo punto si rifuger\u00e0 a Cluny, in Borgogna, per liberarsi dell&#8217;ostilit\u00e0 dei monaci di Saint Gildas a lui avversi perch\u00e9 troppo legati alla vita corrotta da cui il loro padre spirituale avrebbe voluto distoglierli. Finir\u00e0 i suoi giorni ospite nell&#8217;abbazia splendida, gloria della cristianit\u00e0.<br \/>\nCecco tramite la novella famosa di Ghino di Tacco e dell&#8217;abate di Clign\u00ec, presente nel\u00a0 <i>Decameron<\/i>, a mio parere ci ha lasciato un altro segnale, nel suo solito modo criptico, quasi volendo indicarci che un legame non poi tanto sottile unisca <i>Decameron<\/i> e <i>Historia calamitatum<\/i>, e anche l&#8217;<i>Eneide.<\/i><br \/>\nHo scritto nel mio articolo, con un&#8217;aggiunta recente: <i>Sia pi\u00f9 o meno reale la trama del romanzo<\/i> e<i>pistolare, alla luce della novella decameroniana l&#8217;autore esprime ben altro che riconoscenza verso l&#8217;istituzione cluniacense. Qui a Cecco, nascondendosi dietro il bandito gentiluomo che cura con una dieta a base di pane, fave secche e Vernaccia di San Gimignano i mali fisici del grasso abate di Clign\u00ec, dovuti ai bagordi, premeva soprattutto di far arrivare i lettori alla propria vera identit\u00e0 di scrittore.<br \/>\n<\/i>Anche quello delle fave \u00e8 un segnale di cui frequentemente il senese si \u00e8 servito nei suoi falsi in latino, quando parla dei pitagorici che in base a un precetto del loro maestro si astenevano dal cibarsene. Ho capito meglio il vero significato di tutto questo quando, pochi mesi indietro, occupandomi delle novelle di Gentile Sermini, ho scoperto che dietro il novelliere si cela Cecco-Boccaccio, autore sotto quello pseudonimo di un bel <i>Decameron<\/i> senese. Ne ho parlato nel saggio gi\u00e0 citato sull&#8217;Umanesimo alla p. 67. Trascrivo il passo relativo alle fave:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella nov. XVI, par. 3, ser Pace dice al servo Masetto di comprare dieci libbre di pesce e &#8220;di mettere in mollo delle fave&#8221;, perch\u00e9 il giorno dopo sarebbero venuti a pranzo quattro preti, ma solo poche di quelle, &#8220;non essendo esse molto vivanda da preti&#8221;.<br \/>\n<em>Qui Cecco, come fa spesso nelle opere attribuite ai suoi pseudonimi latini, &#8220;in primis&#8221; Cicerone, con un&#8217;evidente allusione gioca sul divieto che sarebbe stato imposto da Pitagora ai suoi seguaci di\u00a0 di mangiare le fave, cibo in chiave comica ritenuto troppo caloroso e sessualmente eccitante dal giullare colto senese, come appare chiaro da questo passo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se Franco Mosino, quando avr\u00e0 a disposizione il materiale, si accorger\u00e0 che le due ricerche unite hanno le carte in regola per affrontare il difficile agone di Stoccolma, potremmo fondare una semispecie di start-up letteraria.<br \/>\nA lui, per\u00f2, pi\u00f9 esperto e meglio introdotto nel <i>milieu<\/i> letterario italiano e straniero, toccher\u00e0 la maggior parte del lavoro che resta da fare. Se andr\u00e0 bene, io, che amo viaggiare quanto i cani le frustate, come direbbe Cecco, aspetter\u00f2 fiducioso che il mio socio al suo ritorno dalla Svezia, passando per la via Francigena, si fermi a Siena. La gloria, se verr\u00e0, tanto meglio, ma mi contenterei anche di quella postuma. Per ora mi interesserebbe di pi\u00f9 la met\u00e0 del malloppo.<br \/>\nA Einstein parte del premio svedese serv\u00ec per le spese del sospirato divorzio. L&#8217;idea mi sembra buona. Non sono un genio come lui, ma vorrei passare a modo mio quel poco che mi resta da vivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><i>Quest&#8217;articolo \u00e8 stato pubblicato sul periodico &#8220;Le Antiche Dogane&#8221; nell&#8217;aprile 2015<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho ritrovato un ritaglio di giornale di alcuni anni fa, sul quale non avevo appuntato la data. 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