{"id":146,"date":"2015-11-25T11:52:11","date_gmt":"2015-11-25T10:52:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/wordpress\/?page_id=146"},"modified":"2016-02-02T12:44:46","modified_gmt":"2016-02-02T11:44:46","slug":"il-saggio-recente-di-francisco-rico-sui-rapporti-fra-boccaccio-e-petrarca-formulazione-di-nuove-congetture-rivoluzionarie-sulla-questione","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/il-saggio-recente-di-francisco-rico-sui-rapporti-fra-boccaccio-e-petrarca-formulazione-di-nuove-congetture-rivoluzionarie-sulla-questione\/","title":{"rendered":"Il saggio recente di Francisco Rico sui rapporti fra Boccaccio e Petrarca: nuove congetture sulla questione."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Il filologo spagnolo Francisco Rico in un suo volumetto intitolato <em>Ritratti allo specchio<\/em> <em>(Boccaccio, Petrarca)<\/em>, Roma-Padova (ottobre 2012), recensito nel \u201cDomenicale\u201d del 3 febbraio\u00a02013 da Piero Boitani, analizza le relazioni fra Petrarca e Boccaccio in sei saggi, definiti dal recensore \u201cconcisi ed eleganti\u201d, che rivoluzionano \u201cl&#8217;immagine tradizionale del rapporto fra i due\u201d, dimostrandone \u201cl&#8217;ambiguit\u00e0 e la specularit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli articoli del filologo spagnolo sono interessanti, e li ho letti d&#8217;un fiato. Mi limiter\u00f2 a esporre alcune rapide osservazioni su quanto in essi appare pi\u00f9 problematico.<br \/>\nPrima, per\u00f2, affinch\u00e9 i lettori possano meglio orientarsi, trascrivo parte dell&#8217;impeccabile recensione di Piero Boitani sui rapporti rilevati dal filologo spagnolo fra Petrarca e Boccaccio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Il secondo venera il primo, lo considera suo padre e maestro, ne ricopia le opere, risponde a ogni sua richiesta, assente ai suoi rimproveri, ne scrive la \u201cVita\u201d, modella alcune sue opere su quelle dell&#8217;amico. Petrarca vuole certo bene a Boccaccio, s&#8217;intrattiene volentieri con lui. Per\u00f2: dimentica di spedirgli lettere che gli ha scritto e che tutta Italia conosce prima del destinatario, non gli permette la lettura di sue opere se non in piccolissima parte, non gli invia che manoscritti di poco valore. Traduce, s\u00ec, in latino la storia di Griselda, l&#8217;ultima del \u201cDecameron\u201d, ma nella missiva con la quale l&#8217;accompagna tratta il libro con una sufficienza che rasenta la perfidia: \u00abnaturalmente non l&#8217;ho letto\u00bb, \u00abun libro per il volgo\u00bb, \u00abper di pi\u00f9 in prosa\u00bb, \u00abcos\u00ec al di sotto delle mie preoccupazioni\u00bb.<br \/>\n\u00abPetrarca\u00bb, scrive Rico, \u00abam\u00f2 molto Boccaccio, ma tutto fa pensare che lo rispett\u00f2 poco. Lo am\u00f2 perch\u00e9 ne apprezzava l&#8217;umanit\u00e0, era sicuro della sua ammirazione e sapeva che avrebbe sempre potuto contare su di lui. Ma non lo rispettava troppo perch\u00e9 lo riteneva intellettualmente inferiore a lui\u00a0 e aveva scarsa fiducia nel suo valore letterario &#8230;\u00bb.<br \/>\nAlla sconfinata venerazione del Boccaccio Petrarca rispondeva con malizioso candore: \u00abCome tu mi vuoi\u00bb. Lasciava ai suoi domestici dieci fiorini ciascuno, al fratello Gherardo cento, all&#8217;amico Giovanni cinquanta: perch\u00e9 da vent&#8217;anni lo vedeva talvolta come un servitore talaltra come un fratello (\u00abminore e meno dotato\u00bb). E poi mostrando per una volta, nel suo testamento, un sense of humour in lui assente, affermava che i cinquanta fiorini dovevano \u2013 pur essendo \u00abpoco per un uomo cos\u00ec grande\u00bb (e cio\u00e8 anche grasso) \u2013 servire all&#8217;acquisto di una \u00absopravveste invernale\u00bb (sarebbero bastati per un intero guardaroba) destinata allo \u00abstudio e le veglie notturne\u00bb. Con bonaria malizia, non si sta insinuando che a Boccaccio conviene studiare molto?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si ricava da una rapida lettura dell&#8217;intera recensione e come afferma giustamente Francisco Rico nel <em>Prologo<\/em>, il quadro sui rapporti fra Boccaccio e Petrarca, disegnato con ingente \u201caccumulo di materiali\u201d e interpretato non sempre in maniere concordanti da due studiosi come Giuseppe Billanovich e Vittore Branca, \u201cappare oggi alquanto tinto di rosa, con tonalit\u00e0 idilliche: i personaggi rappresentano troppo alla lettera i ruoli che sono stati loro assegnati, vanno troppo d&#8217;accordo, tutto scorre con troppa armonia, senza dissonanze&#8230;\u201d.<br \/>\nRico, senza dubbio, con il suo saggio \u00e8 andato molto oltre e ora il quadro appare alquanto mutato, ma a mio parere si pu\u00f2 essere d&#8217;accordo con il filologo spagnolo solo fino a un certo punto: se risulta in complesso accettabile la descrizione dell&#8217;atteggiamento del Petrarca verso il Boccaccio, atteggiamento che per\u00f2 sarebbe opportuno cercare di motivare meglio, le difficolt\u00e0 maggiori vengono fuori quando si passa a delineare il contegno dimesso, arrendevole e quasi devoto del \u201cnovelliere\u201d verso l&#8217;amico. Non metto in dubbio che il cosiddetto certaldese si sia comportato in questo modo: le sue lettere provano che era animato verso l&#8217;altro da innegabile spirito di ossequiosa ammirazione, testimoniato da aggettivi come <em>illustris<\/em>, <em>venerabilis<\/em>, <em>sublimis.<\/em><br \/>\nTuttavia non riesco a ritenere schiette e sincere le sue genuflessioni davanti all&#8217;amico. Lui nella maturit\u00e0, durante il periodo passato fra Firenze e Certaldo sotto il nome di Giovanni Boccaccio e\u00a0 \u00a0l&#8217;appellativo che si era dato di Giovanni della Tranquillit\u00e0, mir\u00f2 a farsi passare come un uomo mite, umile e paziente, ma questo non era certo il carattere autentico di uno che fino al 1313 di nome vero\u00a0si era chiamato Cecco Angiolieri.<br \/>\nDopo il suo distacco da Siena (molto probabilmente riusc\u00ec a farsi credere morto), avvenuto nel 1313 in seguito a una condanna per eresia, mor\u00ec come Cecco Angiolieri e rinacque in posti diversi celandosi sotto un numero infinito di pseudonimi per attuare in pace il suo piano letterario a sorpresa e a lungo termine che, una volta scoperto, dopo la sua morte avrebbe rivelato ai posteri tutta la sua grandezza, animata da intenso desiderio di vendetta e gloria. L&#8217;ultimo suo pseudonimo, il pi\u00f9 longevo, fu proprio quello di Giovanni Boccaccio.<br \/>\nDimesso, modesto e paziente non fu mai, consapevole del proprio genio: di fatto era iracondo, goloso, attaccabrighe. Tuttavia, dotato anche di un carattere giullaresco mediante il quale riusciva a calarsi nelle vesti di svariati personaggi, da bravo attore si occult\u00f2 camaleonticamente dietro una folla di pseudonimi. Sotto i nomi di Esiodo e di Teognide am\u00f2 descriversi mutevole e sfuggente come un polipo, e non aveva certo difficolt\u00e0 a attingere da altri suoi pseudonimi come Aristofane, Plauto e Terenzio l&#8217;indole dei personaggi dietro i quali riteneva opportuno mimetizzarsi di volta in volta.<br \/>\nIl Petrarca, nonostante la sua intelligenza, si dovette lasciar influenzare troppo e ingannare dall&#8217;aspetto esteriore dell&#8217;amico con la pancia grossa come un otre, dal suo modo balbettante di parlare, dalla sua malattia della pelle, sgradevole per chi gli stava vicino.<br \/>\nDoveva certamente amarlo, ma non pu\u00f2 averne compreso a fondo la natura e il valore artistico, se neanche si degna di leggere un&#8217;opera come il <em>Decameron<\/em>, adducendo ragioni discutibili che rasentano la perfidia, come si \u00e8 visto. La sua sufficienza, che lo porta a ritenere quel libro degno del volgo, fa affiorare alla mente molti dubbi sul poeta di Laura: di certo doveva stimare poco l&#8217;amico Giovanni e Francesco Rico appare seguirlo in parte, quando scrive sul conto del \u201cnovelliere\u201d: \u201cBoccaccio aveva una formidabile capacit\u00e0 d&#8217;osservazione, intuizione e comunicazione, ma non possedeva, credo, un&#8217;intelligenza analitica\u201d.<br \/>\nLa frase, per quanto da me isolata dal contesto in cui si trova, appare un po&#8217; discutibile.<br \/>\nSono convinto che se un giorno lontano le mie ipotesi sulle letterature europee verranno accolte,\u00a0 Rico ammetter\u00e0 di essere andato troppo oltre: dietro quell&#8217;uomo goffo e privo di \u201cintelligenza analitica\u201d si celano Omero, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Seneca, san Girolamo, sant&#8217;Agostino e sant&#8217;Isidoro, per non ricordare l&#8217;autore finora anonimo del <em>Poema del mio Cid, <\/em>una delle maggiori glorie letterarie spagnole. Chi vuole saperne di pi\u00f9 al riguardo, non ha che da leggere quanto ho scritto nei miei saggi sulle letterature classiche e medievali.<br \/>\nSemmai viene fatto di meravigliarsi come il Petrarca abbia potuto piegarsi a tradurre in latino l&#8217;ultima novella, quella di Griselda, del grande e sublime affresco di vita medievale che \u00e8 il <em>Decameron<\/em>. Ho segnalato da tempo le prove evidenti che Cecco era stato bisessuale, soprattutto da giovane, e tale sua natura segreta \u00e8 possibile vederla affiorare, per esempio, anche da sue opere come l&#8217;<em>Iliade<\/em>, i dialoghi platonici, l&#8217;<em>Eneide<\/em>, il <em>Satyricon <\/em>(Dante, per esempio, senza che ancora gli studiosi se ne siano accorti, lo condanna alle pene infernali come Ciacco, goloso, e Guglielmo Borsiere, sodomita). Tuttavia, quella che appare ancora pi\u00f9 evidente da un numero molto fitto di opere \u00e8 la sua misoginia. Fortemente misogina \u00e8 anche la novella di Griselda. Ne ho parlato in un mio saggio del 2009 intitolato <em>Il \u201cDecameron\u201d \u00e8 di Cecco Angiolieri.<\/em><br \/>\nRitengo opportuno trascriverne una mezza pagina:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u2026 Il primogenito Gualtieri dei marchesi di Saluzzo \u00e8 spinto contro sua voglia dai sudditi a sposarsi. Sceglie la figlia giovane e molto bella di poveri campagnoli, alla quale fa giurare prima delle nozze di mostrarsi sempre obbediente e remissiva.<br \/>\nLa donna, Griselda, viene sottoposta dal marito alle prove pi\u00f9 dolorose, come il distacco improvviso e violento dai figli, e umilianti, ripudiata e addirittura costretta ai lavori servili il giorno stesso delle nuove nozze di Gualtieri. Da ultimo la felicit\u00e0 improvvisa: la promessa sposa non \u00e8 che la figlia a lei portata via anni prima e creduta uccisa, e invece allevata con il fratello da certi parenti. Gualtieri e Griselda vivranno a lungo felici e uniti da forte affetto.<br \/>\nCecco non smette mai di sorprendere. Ci saremmo aspettati qualcosa di diverso come ultima<\/em> <em>novella di questo affresco grande e splendido. Intorno a quell&#8217;isola beata infuria la peste e il tema che sembra stare pi\u00f9 a cuore all&#8217;autore \u00e8 il comportamento arrendevole e remissivo delle mogli verso i mariti. Dov&#8217;\u00e8 la sua tanto decantata gioia di vivere e di narrare storie d&#8217;amore e di passione<\/em> <em>che cancellino tante immagini dolorose di morte?<br \/>\n<\/em><em>La verit\u00e0 \u00e8 che Cecco racconta le sue cento novelle quando ormai la peste non \u00e8 pi\u00f9 che un ricordo molto lontano, una cornice assai sfumata e labile. A lui preme, dopo tanta fatica spesa in questo lavoro cos\u00ec impegnativo sotto un nome non suo, legare l&#8217;ultima novella a un&#8217;altra sua opera cui tiene molto, il \u201cDe Amore\u201d. Anch&#8217;essa va sotto il nome di un altro, Andrea Cappellano: Cecco \u00e8 convinto che non solo l&#8217;omonimia di Gualtieri, ma anche l&#8217;argomento particolare far\u00e0 s\u00ec che in futuro qualcuno riesca a collegare le due opere e a farle risalire al vero autore.<br \/>\nRisulta significativo che qui si faccia riferimento, del \u201cDe Amore\u201d, proprio al terzo libro, un&#8217;aggiunta della tarda maturit\u00e0 attraverso la quale la donna e la moglie finiscano per apparire come un pericolo e una minaccia per chi, dedito alla saggezza, ama la vita senza tanti contrasti, liti e rampogne: basta leggere dal par. 20 in poi per rendersene conto.<br \/>\nTornano alla mente anche l&#8217;ultima parte del \u201cTrattatello\u201d e certi passi del \u201cCorbaccio\u201d. Da Becchina fino alla moglie Ughetta, alla ignota e ben peggiore seconda moglie e alle altre compagne che deve avere avuto e che verranno fuori se davvero il Boccaccio altri non \u00e8 che Cecco, sembra che dalle donne abbia ricavato solo guai, molti dei quali volutamente cercati.<br \/>\nStrana esistenza e strano destino i suoi: quando da giovane ebbe, lui dice per breve tempo, interessi amorosi di natura omosessuale, celebrava le donne come dee. Tornato nel solco della normalit\u00e0, dovette accorgersi a sue spese che di ben altro si trattava, ma non pot\u00e9 mai farne a meno, anche se in teoria vincolato, come frate minore laico, alla vita casta. In questo deve aver preso dall&#8217;odiato padre Angioliero, e mai rinunci\u00f2 alla sua natura segreta di patarino incallito, per l&#8217;amore di ci\u00f2, che come la donna, lega alla vita.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A mio parere, il brano porta a capire meglio come mai il Petrarca sia stato indotto a leggere e a tradurre in latino quest&#8217;ultima novella del <em>Decameron<\/em>.<br \/>\nRico nell&#8217;articolo intitolato <em>Il &#8220;Secretum&#8221; di Boccaccio<\/em>, il pi\u00f9 lungo del suo saggio, mira a dimostrare che, sebbene il poeta laureato abbia reso partecipe solo indirettamente l&#8217;amico sul\u00a0 contenuto del proprio dialogo, il <em>Corbaccio <\/em>costituisca quasi il <em>Secretum <\/em>del certaldese (lo studioso non ha torto a vedere un legame anche anagrammatico fra <em>Corbaccio<\/em> e Boccaccio, ma su quest&#8217;opera interessante, in certi punti stilisticamente dura e talvolta perfino un po&#8217; tediosa, conto di dire qualcosa di nuovo quanto prima, se riuscir\u00f2 a superare certe difficolt\u00e0).<br \/>\nInsomma, per farla breve, senza stare a riassumere l&#8217;articolo complesso del bravo filologo spagnolo, il Petrarca, da quello che mi \u00e8 parso di capire, dopo aver superato di una decina d&#8217;anni la met\u00e0 della sua vita, durante e dopo la composizione del <em>Secretum <\/em>sarebbe incorso in una crisi di rigetto verso le passioni d&#8217;amore e la lussuria, nemiche delle muse. Da parte sua il Boccaccio, per rafforzarne il proposito, lo avrebbe spronato a leggere la novella pi\u00f9 misogina del suo <em>Decameron <\/em>e a tradurla in latino, quasi per farla apprezzare maggiormente a uno come lui, prevenuto verso il volgare. Non basta: per fargli assumere una determinazione maggiore nella sua scelta di vita, compose un&#8217;opera in volgare di una misoginia impareggiabile come il <em>Corbaccio<\/em>.<br \/>\nHo i miei dubbi che tutto questo sia servito a far mutare comportamento al Petrarca che allora, forse oltrepassati da un pezzo i cinquant&#8217;anni, era pur sempre dotato di una natura sanguigna e vitale, nonostante qualche acciacco.<br \/>\nProbabilmente Cecco-Boccaccio, se le mie congetture sono giuste, doveva aver gi\u00e0 rinunciato alle gioie dell&#8217;amore: le non felici sue esperienze con le donne, in teoria l&#8217;obbligo di castit\u00e0 legato alla tonaca di frate minore laico francescano, ma soprattutto l&#8217;et\u00e0 avanzata (la sua data di nascita non pu\u00f2 certo essere il 1313, l&#8217;anno della sua rinascita sotto falso nome, ma \u00e8 molto probabile che si discosti di un poco da quella di Dante, che a mio parere doveva essere almeno dieci anni pi\u00f9 vecchio di lui, e senza dubbio molto meno precoce come autore), avranno contribuito a fargli mettere l&#8217;animo in pace, se non proprio a raggiungere la pace dei sensi.<br \/>\nIn questa non riesco a vedercelo, lui, il poeta dell&#8217;Archiloco e della Saffo dei codici, di Catullo, Properzio, Ovidio, del <em>Fiore <\/em>e dei <em>Carmina Burana. <\/em>Le sue opere di genere edificante e religioso come la <em>Leggenda aurea<\/em> e <em>I fioretti di san Francesco<\/em> saranno anche profondamente sincere, ma qualche dubbio sui buoni propositi del vecchio Cecco, contraddistinto da un&#8217;incessante e intensa attivit\u00e0 letteraria animata da eterno spirito giovanile, non pu\u00f2 non rimanere in chi lo conosca bene, senza che si arrivi a giudicarlo un ipocrita.<br \/>\nLa sua vita terrena \u00e8 caratterizzata dall&#8217;amore, in tutte le sue varie manifestazioni, anche mistiche. E dall&#8217;odio. Senza amore e odio per lui vivere non aveva senso: ce lo testimonia anche il suo prestanome Catullo, e neanche sar\u00e0 da sottovalutarne la mentalit\u00e0 di vecchio patarino, che doveva agitarsi sempre nel profondo del suo essere.<br \/>\nIn lui \u00e8 presente anche un&#8217;altra contraddizione. Fa lodare la frugalit\u00e0 nel cibo da alcuni suoi pseudonimi (uno per esempio \u00e8 Orazio), ma per tutta la vita non riusc\u00ec a liberarsi dalla pinguedine, limitandosi a lamentarsene: descrisse, rivivendolo in modo splendido e avvincente, il regime di vita essenziale di Antonio e di altri anacoreti e monaci, ma lui a tanto non si pieg\u00f2 mai, se non forse per breve tempo.<br \/>\nUna sola cosa mi rimane da aggiungere a questo articolo forse discutibile, che qualche polemica dovrebbe far nascere, se qualcuno si degner\u00e0 di leggerlo: tirate le somme, chi finisce per avere la peggio fra i due amici \u00e8 il Petrarca, che tratta l&#8217;altro come un servitore e lo considera come un fratello meno dotato, intellettualmente inferiore a lui, ma non si accorge che \u00e8 l&#8217;altro a condurre le danze in base a un piano freddo e ben calcolato.<br \/>\nChiss\u00e0 quanti codici \u201cautentici\u201d della latinit\u00e0 quel \u201cfratello meno dotato\u201d gli avr\u00e0 fatti acquistare a prezzi di favore e quanti altri gli avr\u00e0 fatti inserire come doni negli scaffali della sua biblioteca, per avere la certezza che quei falsi costati tanto lavoro geniale non sarebbero andati perduti e per di pi\u00f9 avrebbero ricevuto una valida autenticazione. Oggi quanto rimane della biblioteca del Petrarca \u00e8 disperso in circa quindici citt\u00e0 europee e statunitensi, e si tratta di una sessantina di opere in latino annotate pazientemente in margine con infinite postille che riguardano i temi e la lingua degli autori fasulli pi\u00f9 amati dal poeta di Laura, vale a dire Virgilio, Cicerone, Orazio, Seneca, Plinio, Agostino, fino agli storici Livio, Sallustio e Svetonio.<br \/>\nAnni indietro Monica Bert\u00e9 pubblic\u00f2 il migliaio di annotazioni presenti sui tre codici petrarcheschi di Svetonio oggi conservati a Berlino, Oxford e Parigi. Dalla lettura di tali note marginali possiamo vedere come lavorava il poeta aretino a quella che riteneva parte non piccola della sua gloria futura.<br \/>\nL&#8217;unica opera in volgare della sua biblioteca era una copia della <em>Commedia <\/em>regalatagli proprio dall&#8217;amico Boccaccio, per il quale il poema del suo nemico fiorentino rimase, <em>quad vixit<\/em>, una ferita perenne, un pensiero fisso ossessivo, con quelle condanne della propria vita peccaminosa in un&#8217;opera che sapeva destinata all&#8217;immortalit\u00e0, e forse, per cercare invano di liberarsi da quella ferita e esorcizzare quel pensiero fisso, lavor\u00f2 tanto a commentare e copiare il poema da lui in modo sprezzante definito teologico, al punto che quasi inconsapevolmente giunse a accettarlo come qualcosa di legato alla sua vita fuori dal comune, piena di luci e di ombre. In fondo se quel poema era destinato all&#8217;immortalit\u00e0, parte del merito era stato anche suo: ma questo lo vedremo meglio in un articolo successivo.<br \/>\nPresto, infatti, conto di poter dire qualcosa di pi\u00f9 preciso e concreto al riguardo, che porter\u00e0 a capire molto meglio il misterioso percorso culturale di Dante e certe parti della <em>Commedia<\/em> su cui finora si \u00e8 brancolato troppo, e Cecco uscir\u00e0 finalmente da quanto ancora rimane della cortina fumogena dentro la quale si \u00e8 celato con accortezza e genialit\u00e0 per attuare il suo piano a lungo termine.<br \/>\nDi recente, per esempio, ho scoperto che il Guido da Pisa della <em>Declaratio super <\/em><em>Comediam Dantis<\/em> e il Bosone da Gubbio del <em>Capitolo<\/em> dantesco, pubblicato nel 1888 dal Roediger come <em>Dichiarazione poetica dell&#8217;Inferno<\/em>, altri non sono che pseudonimi di Cecco (insieme con antichi commentatori della <em>Commedia<\/em> come Benvenuto da Imola, il notaio Lanza e forse anche l&#8217;Ottimo).\u00a0 Lo proverebbero in parte gli stessi nomi: Guido fa pensare a Guittone e Bosone sembrerebbe alludere in modo comicamente giullaresco a un invertito sessuale, come per un certo tempo Cecco era stato. Ma c&#8217;\u00e8 anche da tenere presente il forte legame che unisce la <em>Commedia<\/em> a Virgilio, e il Virgilio di cui Dante conosce e ammira le opere, in fondo altri non \u00e8 che un prestanome di Cecco, il quale cos\u00ec \u00e8 venuto a trovarsi nel ruolo, senza dubbio singolare e forse a lui non molto gradito, di fare da guida nell&#8217;aldil\u00e0 al suo nemico ignaro.<br \/>\nAlcune della notizie relative al Petrarca, riportate sopra, le ho riprese da una recensione di Matteo Motolese, apparsa molti anni fa sul <em>Domenicale<\/em>. Penso che la quasi totalit\u00e0 delle opere latine attribuite agli autori menzionati, su cui lavor\u00f2 il cosiddetto padre dell&#8217;Umanesimo, abbiano avuto la medesima provenienza, e questo fa capire l&#8217;origine prima dei forti legami tra Francesco e Cecco. Quest&#8217;ultimo con una copia dell&#8217;<em>Iliade <\/em>fece il regalo pi\u00f9 splendido all&#8217;amico che, privo di conoscenza della lingua greca, per primo in Italia pot\u00e9 leggere il grande poema nella traduzione in prosa latina di Leonzio Pilato, calabrese o greco dal nome un po&#8217; strano, anche lui per me un personaggio prevalentemente di fantasia, un altro pseudonimo molto sospetto, e a un certo punto divenuto tanto scomodo per Cecco-Boccaccio da fare inventare al grande romanziere la notizia della sua morte avvenuta per naufragio nel 1363 durante il viaggio di ritorno a Costantinopoli.<br \/>\nIl Petrarca non arriv\u00f2 a capire che dietro il donatore, quel curioso e goffo uomo grasso, si celava Omero redivivo, quello stesso che in un&#8217;altra occasione, riuscendo a non fargli passare per la mente alcun dubbio, deve averlo astutamente guidato a Verona a scoprire il codice pseudo-ciceroniano con la corrispondenza relativa a Attico, tanto da accrescere in lui l&#8217;illusione di essere un grande intenditore della letteratura latina, dal fiuto infallibile (si veda al riguardo il mio <em>La grandezza di Cecco<\/em> <em>sconvolge l&#8217;Europa<\/em>, Aracne 2011, p. 260).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A conti fatti il Petrarca si valutava troppo, e fino a oggi continua a essere sopravvalutato, nonostante il <em>Canzoniere, <\/em>ma quando si capir\u00e0 che il suo capolavoro in volgare ha molti debiti in sospeso con Cecco e con i suoi numerosi pseudonimi, forse si cominceranno a spiegare, almeno in parte, molte cose, fra cui anche l&#8217;atteggiamento elusivo dell&#8217;aretino nei confronti dell&#8217;amico. Allora si trover\u00e0 il coraggio di fare qualche ammissione su quella che \u00e8 la pi\u00f9 splendida e preziosa fra le tre Corone, e Dante e Petrarca nella graduatoria finiranno per trovarsi molto pi\u00f9 in basso del grande giullare senese, goloso, collerico, falsario, bisessuale, balbettante e goffo, ma colto e geniale: senza di lui l&#8217;Europa, la sua civilt\u00e0 e quella del mondo intero non sarebbero state quelle che sono.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il filologo spagnolo Francisco Rico in un suo volumetto intitolato Ritratti allo specchio (Boccaccio, Petrarca), Roma-Padova (ottobre 2012), recensito nel \u201cDomenicale\u201d del 3 febbraio\u00a02013 da Piero Boitani, analizza le relazioni.. <a href=\"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/il-saggio-recente-di-francisco-rico-sui-rapporti-fra-boccaccio-e-petrarca-formulazione-di-nuove-congetture-rivoluzionarie-sulla-questione\/\" class=\"readmore\">read more<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":49,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/146"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=146"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/146\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":312,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/146\/revisions\/312"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/49"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=146"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}