{"id":139,"date":"2015-11-25T11:47:56","date_gmt":"2015-11-25T10:47:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/wordpress\/?page_id=139"},"modified":"2016-01-07T10:48:16","modified_gmt":"2016-01-07T09:48:16","slug":"un-autografo-di-giacomo-da-lentini-e-la-poesia-siciliana","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/un-autografo-di-giacomo-da-lentini-e-la-poesia-siciliana\/","title":{"rendered":"Un autografo di Giacomo da Lentini e la poesia siciliana"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Sul\u00a0 Domenicale del SOLE 24 ORE\u00a0 del 17 gennaio scorso ho letto un articolo piuttosto interessante di Matteo Motolese, intitolato <em>Giacomo, facci l\u2019autografo<\/em>. Viene annunciata la scoperta in una pergamena contenente \u201cun privilegio imperiale al monastero di San Salvatore, vicino a Messina\u201d, che risale al giugno del 1233 e che \u00e8 stato vergato \u201c<em>per manus Iacobi de Lentino Notarii et fidelis nostri<\/em>, in cui quel <em>nostri<\/em> si riferisce a Federico II e quel <em>Iacobi de Lentino <\/em>altro non \u00e8 che Giacomo da Lentini, massimo poeta della Scuola siciliana\u201d.<br \/>\nLa scoperta \u00e8 stata fatta da Giuseppina Brunetti, ricercatrice di Filologia romanza dell\u2019Universit\u00e0 di Bologna. La studiosa nella stessa pagina del <em>Domenicale<\/em> rif\u00e0 in breve la storia di questo suo ritrovamento importante avvenuto a Toledo. A Giacomo da Lentini, cui \u00e8 assegnata\u00a0 comunemente l\u2019invenzione del sonetto, Roberto Antonelli ha dedicato uno dei tre volumi dell\u2019edizione di Mondadori\u00a0 sui\u00a0 <em>Poeti della Scuola siciliana<\/em> uscita nel 2008. Non c\u2019\u00e8 che da complimentarsi con la scopritrice piena di legittimo entusiasmo e con Matteo Motolese per il suo bell\u2019articolo, dal quale il lettore apprende che \u201cdella Scuola poetica siciliana\u2026 abbiamo perso praticamente tutto\u201d, che \u201ci protagonisti della prima stagione poetica italiana sono, per noi, poco pi\u00f9 che ombre: sappiamo a malapena i loro nomi, qualche sparso dato biografico; la loro stessa poesia ci \u00e8 arrivata quasi attraverso riscritture toscane, tanto che la lingua letteraria da loro usata \u00e8 ancora, in buona parte, un mistero\u201d.<br \/>\nDi Giacomo da Lentini, \u201cpoeta capace di una delle scritture pi\u00f9 alte della nostra letteratura\u201d, cui vengono attribuiti in base alle didascalie dei codici una trentina di componimenti fra sonetti e canzoni, il Motolese riporta questi versi di \u201crara bellezza\u201d:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A l\u2019aire claro \u00f2 vista ploggia dare,<br \/>\ned a lo scuro rendere clarore;<br \/>\ne foco arzente ghiaccia diventare,<br \/>\ne freda neve rendere clarore;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al di l\u00e0 di un improbabile idioma siciliano, questi versi per stile, ritmo e lessico ne ricordano altri famosi. I nomi che si affacciano subito alla mente sono quelli di Guido Guinizzelli e di Folg\u00f3re da San Gimignano, ma anche di altri che per me sono tutti\u00a0 pseudonimi di Cecco Angiolieri. La cosa che pi\u00f9 colpisce \u00e8 che temi, particolarit\u00e0 stilistiche e intere espressioni di Giacomo sono comuni anche a molti altri poeti della Scuola siciliana, da Cielo d\u2019Alcamo, Guido delle Colonne, Rinaldo d\u2019Aquino, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese fino a Federico II e a suo figlio Enzo. I critici non trovano niente da ridire su questo: si tratta di poesia che nasce e si sviluppa nella <em>Magna Curia <\/em>e non c\u2019\u00e8 da meravigliarsi che in essa compaiano espressioni e stilemi simili o quasi identici.<br \/>\nDico come la penso: per me sarebbe l\u2019ora di farla finita con questa bella favola della Scuola siciliana che nella prima met\u00e0 del Duecento presso la corte di Federico II scocca \u201ccome prima scintilla della migliore poesia italiana\u201d, dove c\u2019\u00e8 \u201cl\u2019incontro tra lingue e culture diverse\u201d e lo stesso imperatore \u201cera visto dai contemporanei come in grado di passare dal latino al greco, al tedesco, all\u2019arabo oltre che ovviamente al siciliano; nella biblioteca che portava con s\u00e9 nei suoi spostamenti i testi della medicina araba trovavano posto accanto ai codici della letteratura provenzale\u201d.<br \/>\nUn bel quadretto, non c\u2019\u00e8 che dire, e qualcosa di vero in tutto questo ci pu\u00f2 anche essere, ma quanto alla \u201csaldatura fra corte, potere politico e letteratura che &#8211; a meno di cinquant\u2019anni dal crollo della dinastia sveva &#8211; Dante vedeva gi\u00e0 come qualcosa di mitico a cui ritornare\u201d, ci andrei molto cauto.\u00a0Prima, siccome senza dubbio si allude al Dante del <em>De vulgari<\/em> e del <em>De Monarchia<\/em>,\u00a0 sarebbe bene vedere come stanno realmente le cose nei due trattati, per me\u00a0 bellissimi falsi composti da Cecco per i motivi che ho spiegati pi\u00f9 volte negli articoli precedenti, oltre che nell\u2019Introduzione del\u00a0 <em>Fiore<\/em>.<br \/>\nIn un\u2019appendice del mio <em>Il \u201cDecameron\u201d \u00e8 di Cecco Angiolieri <\/em>mi sembra di aver dimostrato che \u00e8 fuori luogo anche l\u2019attribuzione a Federico II di quel trattato splendido che s\u2019intitola <em>De arte venandi cum avibus. <\/em>L\u2019imperatore era un uomo d\u2019azione e non avrebbe avuto il tempo per scrivere un\u2019opera di alcune centinaia di pagine, per di pi\u00f9 in latino,\u00a0 e neanche l\u2019avrebbe considerato\u00a0conveniente alla propria dignit\u00e0.\u00a0Ha poco senso obbiettare che aveva fra i suoi funzionari uomini di cultura che sarebbero stati in grado di aiutarlo o addirittura di sostituirsi a lui nella composizione di un\u2019opera cos\u00ec imponente e impegnativa.<br \/>\n\u00c8 inutile gingillarsi con simili ipotesi: il <em>De arte venandi <\/em>\u00e8 un capolavoro in cui si avverte la mano di un grande artista che il latino lo conosceva bene,\u00a0 non solo il latino burocratico, e conosceva bene quel tipo di caccia non tanto forse per averla praticata lui stesso, ma anche per averne date notizie e descrizioni significative in un grande libro di successo intitolato <em>Il Milione. <\/em>Un piccolo ma splendido assaggio della sua abilit\u00e0 artistica sotto questo riguardo ce lo ha dato\u00a0 nel sonetto pseudodantesco <em>Sonar bracchetti <\/em>e in alcune composizioni memorabili sotto le false vesti di Folg\u00f3re da San Gimignano e del suo bravo <em>alter ego <\/em>Cenne, costretto a fare il bastian contrario. Quel grande artista si chiama Cecco Angiolieri, che servendosi di una tattica impiegata anche altrove, dal suo pseudonimo Giovanni Villani nella <em>Nuova<\/em> <em>Cronica <\/em>fa attribuire l\u2019opera al grande imperatore: quel nome famoso, inoltre, avrebbe certamente impedito che su\u00a0 quello scritto costato tanto lavoro cadesse l\u2019oblio.<br \/>\nVeniamo al sodo: nella Sicilia del primo Duecento\u00a0(come\u00a0 del resto in quella della seconda parte del secolo) non ci potevano essere le condizioni culturali, sociali e politiche in grado di avviare una letteratura raffinata e moderna quale viene\u00a0 attribuita a quella Scuola. Tali condizioni erano invece tutte presenti in Toscana, dove una miriade di falsi poeti, si chiamino Guittone, Rustico Filippi, Guinizzelli, Cavalcanti, Cino da Pistoia, Folg\u00f3re, Cenne, Monte Andrea, Dante da Maiano, Guido Orlandi, per non dire dello stesso Dante e di tanti altri di cui mi sono stancato a dare l\u2019elenco, sono tutti riconducibili al solo Cecco falsario che sotto il suo vero nome ci ha affidato una raccolta di cento sonetti e poco pi\u00f9, forse con l\u2019intento preciso di lasciare di s\u00e9 un\u2019immagine falsamente eloquente,\u00a0 in notevole misura contraffatta e depistante.<br \/>\n\u00c8 probabile che almeno da giovane l\u2019Angiolieri abbia avuta una certa inclinazione per la bella vita non molto regolata, ma se si legge attentamente in quell\u2019incredibile caleidoscopio, soprattutto di prose, che ci ha lasciato, il ritratto pi\u00f9 attendibile che ne emerge \u00e8 quello di un uomo di \u201correvole famiglia\u201d, \u201cassai costumato\u201d, \u201cben parlante e pieno di piacevoli motti\u201d, come si viene a sapere da alcuni personaggi, soprattutto del <em>Decameron<\/em>, identificabili in lui, che fra l\u2019altro si dice anche \u201cbello\u201d.<br \/>\nL\u2019attivit\u00e0 prevalente, cui dedic\u00f2 tutto se stesso e la maggior parte del suo tempo, fu quella di scrivere, anche nelle lunghe e fredde notti invernali. Quando a poco a poco i filologi avranno imparato a riconoscere il suo stile e le caratteristiche particolari del suo lessico e del suo pensiero, da tante opere solo apparentemente diverse affiorer\u00e0 in tutta la sua grandezza un uomo che fece i suoi primi passi come giullare colto viaggiando per tutta l\u2019Italia, forse la Spagna, certo la Francia, visse esule in tanti luoghi diversi della penisola, anche ospite di monasteri come frate minore, si guadagn\u00f2 da vivere forse come insegnante e certo come notaio, affin\u00f2 la sua preparazione culturale gi\u00e0 notevole (sapeva anche l\u2019ebraico) che il padre Angioliero gli aveva fatto impartire in una Siena non ancora sede universitaria, fino alla laurea in giurisprudenza, forse ottenuta a Bologna. Il soggiorno in Francia, cui dobbiamo la composizione del <em>Fiore<\/em>, e la frequentazione di ambienti universitari di alto livello valsero a conferirgli un\u2019abilit\u00e0 dialettica a tutta prova, che risulter\u00e0 evidente in opere come il <em>Convivio <\/em>e il <em>De Monarchia<\/em>, ma che predomina anche in una canzone splendida e ardua come <em>Donna me\u00a0 prega<\/em>, presente nelle rime cosiddette del Cavalcanti, che sar\u00e0 anche stato il \u201cprimo amico\u201d di Dante, ma che pur ricco, potente e ragguardevole nella Firenze del tempo, sotto il profilo intellettuale e poetico, di fronte a Cecco\u00a0 non poteva che fare una figura un po\u2019 magra, palesando i suoi limiti.<br \/>\nMa torniamo ai nostri poeti siciliani. Uno di cui si \u00e8 pi\u00f9 fantasticato \u00e8 Cielo d\u2019Alcamo: il nome stesso forse altro non nasce che dalla fantasia di un filologo romano del \u2018500. Se si legge il suo <em>Contrasto<\/em>, di una modernit\u00e0 eccezionale, tenuta presente la realt\u00e0 siciliana del tempo, non si pu\u00f2 fare a meno di pensare a composizioni simili risalenti a Cecco. Di quest\u2019ultimo il contrasto in poesia fra due amanti \u00e8 una vera e propria specialit\u00e0, a cominciare da certe composizioni in cui \u00e8 pi\u00f9 o meno evidente la figura di Becchina, fino a quelle dello stesso tipo, giunte fino a noi e attribuite a vari pseudonimi, tutti riconducibili senza tanto sforzo al poeta senese.<br \/>\nIl <em>Contrasto <\/em>di Cielo \u00e8 un pezzo unico perch\u00e9 l\u2019autore, consapevole di comporre un falso, per renderlo maggiormente credibile mira a ancorarlo alla realt\u00e0 della regione in cui \u00e8 ambientato, e ci riesce in modo egregio, sia che, per essere vissuto in Sicilia, ne conoscesse a fondo tante cose, sia che, pi\u00f9 che\u00a0 prendere spunto da fonti scritte,\u00a0si rifacesse a qualche composizione giullaresca in dialetto siciliano. Su questo testo attribuito a Cielo d\u2019Alcamo ricordo di aver letto pochi anni fa su <em>Studi e problemi di critica testuale <\/em>un articolo interessante di Cono A.Mangieri. Non tutto in esso mi parve accettabile, ma l\u2019autore attraverso l\u2019esame di una parola come \u201cpatrino\u201d risaliva al\u00a0 tema del patarinismo, che io per primo ho riconosciuto avere in Cecco un posto non indifferente.<br \/>\nNaturalmente un genere come quello del \u201ccontrasto\u201d non l\u2019ha inventato l\u2019Angiolieri: alla base c\u2019\u00e8 l\u2019imitazione della lirica provenzale, ma quello che risulta per me pi\u00f9 interessante \u00e8 il dialetto intrecciato di alcune parole senza dubbio siciliane, non\u00a0 tuttavia privo di gallicismi e particolarit\u00e0 lessicali di tipo centro-meridionale, fra cui fanno spicco senesismi propri di Cecco, come \u201ceo\u201d, \u201cdeo\u201d, \u201cperfonno\u201d, \u201cdesdotto\u201d, insieme a altre espressioni tipicamente sue. Per esempio, \u201ceo\u201d, che vale \u201cio\u201d, si trova in tante composizioni dei cosiddetti siciliani (oltre 150 occorrenze), ma\u00a0 anche in Guittone e in altri pseudonimi di Cecco come Panuccio del Bagno (7,44) e Dante da Maiano (28,13). Non parliamo di \u201cDeo\u201d, che Cecco imperterrito fa usare nelle poesie e nelle prose a tanti suoi prestanome (fra l\u2019altro mette nome Deo anche al suo primogenito),\u00a0 mentre si \u00e8 servito un po\u2019 meno del termine \u201cabento\u201d, presente qui nel <em>Contrasto<\/em>, in Guido delle Colonne (2,63), in Federico II (2,47), ma anche nei suoi <em>Sonetti <\/em>\u00a0(2,3;2,4) e in una canzone del suo <em>alter ego <\/em>Chiaro Davanzati (11,47). A parte l\u2019uso di \u201canche\u201d con il significato di \u201cmai\u201d, come per esempio talvolta nel <em>Fiore<\/em>,\u00a0 e l\u2019espressione angiolieresca del v.6 <em>follia lo ti fa fare<\/em>, soprattutto le parole \u201cperfonno\u201d e \u201cdisdotto\u201d sono significative per capirne meglio l\u2019autore: la prima \u00e8 il senesissimo \u201cperfondo\u201d, presente nell\u2019angiolieresco <em>Tristano riccardiano <\/em>(cap.15,2) e\u00a0 negli pseudonimi Guittone (36,27), Monte Andrea (39,5;70,10), Rustico (8,11), e frequente nelle commedie popolari senesi del \u2018500 con il significato di \u201cinferno\u201d, la seconda si ritrova nel <em>Fiore <\/em>(147,13) e in Chiaro Davanzati (23,12) oltre che nel Ramusio (15 occorrenze), scrittore quest\u2019ultimo un po\u2019 misterioso, il cui stile ricorda molto quello di Cecco, ma che non pu\u00f2 essere Cecco per motivi anagrafici; questa stessa parola\u00a0 nella forma \u201cdisdutto\u201d appare in Giacomo da Lentini (11,35), Stefano Protonotaro (39) e Guittone (canz.33,8).<br \/>\nTutto questo \u00e8 fortemente indicativo: nella letteratura italiana delle origini si \u00e8 fatta troppa confusione e si danno per scontate molte cose che non stanno in piedi. Sarebbe opportuno che prima di porre\u00a0al lavoro tanta gente con edizioni che di nuovo hanno solo il nome, si cercasse con umilt\u00e0 di mettere innanzi tutto un po\u2019 d\u2019ordine e di logica laddove l\u2019ordine e la logica, nonostante gli studi di filologi vecchi e nuovi, sembrano essere del tutto assenti. Se facendo ci\u00f2 verr\u00e0 fuori che le conclusioni di tanti saggi, finora encomiati\u00a0 all\u2019unanimit\u00e0, sono inconsistenti, pazienza. A questo punto bisogna che si prenda una decisione, anche scomoda: la filologia romanza italiana non pu\u00f2 fare progressi veri e apprezzabili, se non si comincer\u00e0 tutto daccapo ripartendo da basi meno traballanti e insicure.<br \/>\nSar\u00e0 proprio un caso che, se ho ragione, mi sia accorto io, senese, che senesismi evidenti sono presenti nel <em>Milione<\/em>, nel <em>Novellino<\/em>, nel <em>Fiore<\/em>, nei <em>Fioretti di san Francesco <\/em>e nelle <em>Laude <\/em>di Iacopone, tanto per fare qualche esempio?\u00a0Perch\u00e9 non se ne accorsero filologi di valore come l\u2019Ageno e il Contini? Ho fatto i primi nomi che mi sono venuti in mente.\u00a0 Ne avrei potuti fare altri, ma rimaniamo su questi due: l\u2019Ageno nello sforzo di fissare il testo critico delle <em>Laude <\/em>si trov\u00f2 davanti a difficolt\u00e0 molto forti, da cui\u00a0 a mala pena riusc\u00ec a districarsi e non sempre in modo soddisfacente. Il Contini non ne incontr\u00f2 di meno durante il lavoro speso sul testo del <em>Fiore<\/em>, tenacemente convinto di avere a che fare con\u00a0 uno scritto di\u00a0 Dante. Se entrambi si fossero accorti che quei testi poggiavano su un evidente substrato idiomatico senese, certamente i loro lavori sarebbero riusciti molto pi\u00f9 pregevoli e duraturi.<br \/>\nPer concludere intendo annotare qualcosa sulla recensione di Stefano Carrai , apparsa in <em>Lettere Italiane<\/em>, LXI (2009) n\u00b03, pp.466-475, alla recente edizione (2008) dei tre volumi mondadoriani sulla Scuola siciliana (I: Giacomo da Lentini; II: Poeti della corte di Federico II; III: Poeti siculo-toscani).<br \/>\nUna precisazione: nella settima novella della decima giornata del <em>Decameron <\/em>il Boccaccio, che per me \u00e8 Cecco, non immagina\u00a0 la ballata <em>Muoviti, Amore, e vattene a Messere\u00a0 <\/em>scritta da Minuccio\u00a0d\u2019Arezzo, bens\u00ec da \u201cMico da Siena\u201d. Minuccio si limit\u00f2 a cantarla davanti a Pietro III d\u2019Aragona. Mico da Siena viene menzionato nel <em>De vulgari <\/em>(I, XIII,1) come <em>Minum Mocatum Senensem<\/em>, di cui il codice Vat. lat. 3793 ci ha conservato una canzone.<br \/>\nAnnota il Quaglio nella sua edizione del <em>Decameron <\/em>(n.2, p.878): \u201cDi certo la fantasia del Boccaccio travest\u00ec poeticamente i dati, storici e naturali\u201d. Fantasia o no, per me Cecco-Boccaccio \u00e8 informato sui fatti meglio di tutti, perch\u00e9 \u00e8 suo anche il <em>De vulgari<\/em>, da lui attribuito a Dante per i motivi che non star\u00f2 a ripetere un\u2019altra volta. Ma il fatto che la maggior parte della poesia siciliana si trovi nel Vat.lat.3793, un codice meraviglioso, uno dei pi\u00f9 preziosi per la letteratura italiana delle origini, la dice lunga. L\u00ec Cecco trascrisse, o fece trascrivere, tanti suoi capolavori. A mio parere il Panvini, forse anche un po\u2019 inconsapevolmente,\u00a0 non sbagli\u00f2 a accogliere quella ballata nella sua silloge.<br \/>\nSono d\u2019accordo con Stefano Carrai che una distinzione fra siculo-toscani e tosco-siculi \u00e8 speciosa. Maestro Francesco e Maestro Torrigiano hanno gli stessi diritti di Maestro Rinuccino e Compiuta Donzella a comparire in quella silloge. Per me la soluzione \u00e8 semplice: l\u2019autore di tutte le composizioni presenti nei tre volumi mondadoriani \u00e8 Cecco, che incarna in s\u00e9, bisessuale, anche la \u201cSignorina istruita a fondo\u201d, sulla quale da secoli si vanno architettando le ipotesi pi\u00f9 varie e pi\u00f9 strane. Le ultime sono state quelle di un filologo romanzo americano (Justin Steinberg),\u00a0al quale non sono bastate trenta pagine sul <em>Giornale storico della letteratura italiana<\/em> per risolvere l\u2019arcano.\u00a0Che il senese avesse l\u2019inclinazione e la passione per lingue e dialetti, si capisce bene dalla sua formazione culturale e dai suoi esordi letterari. Significativo \u00e8 anche il suo sonetto, a torto classificato fra quelli dubbi,\u00a0<em>Pelle chiabelle di Dio, no ci arvai<\/em>, ma\u00a0soprattutto un suo grande capolavoro, il\u00a0<em>De vulgari<\/em>, che Dante non pu\u00f2 avere scritto, perch\u00e9 non \u00e8 suo lo stile moderno e inconfondibile che si riesce a cogliere sotto la veste latina, eppoi perch\u00e9 l\u00ec il sommo poeta viene irriso spesso e volentieri. Non mi sento di negare che il linguaggio\u00a0 fiorentino della <em>Commedia <\/em>sia un\u2019opera d\u2019arte grande e splendida, ma mi si lasci dire che talvolta ha un colorito un po\u2019 arcaico, mentre Cecco, capace di spaziare sugli argomenti pi\u00f9 disparati, in poesia e in prosa, in volgare e in latino, ha un caleidoscopio di mezzi espressivi di una ricchezza e di una modernit\u00e0 infinita, seppure talvolta meno linguisticamente regolari a causa di certi senesismi da cui non seppe o non volle mai liberarsi, forse anche per facilitare le cose a chi si fosse messo in cerca del bandolo della matassa.<br \/>\nUn posto a parte merita Ruggeri Apugliese, che viene accolto nel secondo volume fra i poeti della corte di Federico II ma con la sola canzone <em>Umile sono ed orgoglioso<\/em>, compresa nel Vat.lat 3793, mentre risultano esclusi gli altri quattro testi tramandatici da codici pi\u00f9 tardi. Gabbriella Piccinni, citata dal Carrai, ha rivisto tutta la documentazione d\u2019archivio relativa a questo poeta che viene detto \u201cdominus\u201d e \u201cdoctor legum\u201d, ma che in un serventese si definisce\u00a0 \u201czollare\u201d, cio\u00e8 giullare. La Piccinni \u00e8 stata diligente nel raccogliere i documenti relativi a Ruggeri, ma a mio parere ne ha tratto deduzioni sulle quali non sono d\u2019accordo.<br \/>\nL\u2019Apugliese non pu\u00f2 essere un \u201cintellettuale ghibellino\u201d; era \u201cdoctor legum\u201d, ma se si legge bene la sua <em>Genti, intendete bene questo sermone, <\/em>\u00a0si arriva a capire dall\u2019idioma tipicamente senese e\u00a0 proprio di Cecco (\u201csolo nato\u201d, \u201cbretto\u201d, \u201cbistar toti\u201d, \u201cDeo\u201d),\u00a0 che qui l\u2019Angiolieri, \u201cnovelliero e dicitore\u201d, celandosi sotto le vesti giullaresche di Ruggeri,\u00a0 descrive con pennellate potenti e tono\u00a0 commosso e drammatico\u00a0 il processo cui venne sottoposto a Siena dall\u2019autorit\u00e0 religiosa per l\u2019accusa di patarinismo. Stando alla mia interpretazione di alcuni sonetti del <em>Fiore<\/em>, in quell\u2019accusa di eresia \u00e8 probabile che abbia avuto una parte di rilievo il suo nemico Dante. Peccato che il \u201csermone\u201d ci sia giunto mutilo, ma non \u00e8 certo un caso: chiss\u00e0 che cosa avr\u00e0 tirato fuori Cecco. Si pu\u00f2 solo arguire che le accuse,\u00a0piuttosto scottanti, siano state censurate. Si sa solo come la cosa and\u00f2 a finire: fra il 1212 e il 1213 fu certamente condannato come eretico, non sappiamo a quale pena. Forse fu mandato in esilio (si veda la mia Introduzione al <em>Fiore<\/em>, pp.26-27), mentre in un atto pubblico del Consiglio della Campana (febbraio del 1313) viene dato per gi\u00e0 morto. Ma\u00a0questo \u00e8 poco credibile, altrimenti non avremmo tanti suoi\u00a0 capolavori, uno dei quali ha il titolo di <em>Decameron<\/em>. Forse i governanti senesi, risparmiando la pena del rogo a un nipote del nobile guelfo Angioliero Solafica, banchiere del papa Gregorio XI, condannandolo a esilio perpetuo fanno in modo che venga dato per morto, forse anche per liberare definitivamente la famiglia dalla sua presenza poco gradita e soprattutto per sgravarla da eventuali\u00a0 responsabilit\u00e0 connesse alla\u00a0 condotta talvolta poco assennata del proprio congiunto.<br \/>\nNon pretendo che chi legge la pensi come me, ma ritengo che da allora Cecco sia vissuto in altri luoghi d\u2019Italia e\u00a0 all\u2019estero nascondendosi sotto molte false identit\u00e0.<br \/>\nAnche la qualifica di giullare non deve fare meraviglia: talvolta il senese parla di s\u00e9 come di un giullare colto, non certo un buffone di quelli che improvvisavano spettacoli nelle piazze e nelle corti dei signori, ma un \u201cuomo di corte\u201d (<em>Dec<\/em>. I,8), simile al poeta Ugo d\u2019Orleans, soprannominato Primasso, di cui si parla nella stessa novella del <em>Decameron<\/em>.<br \/>\nInsomma, per me che Ruggeri Apugliese sia stato messo fra i poeti del secondo o del terzo volume ha poca importanza: sempre Cecco rimane. \u00c8\u00a0 per\u00f2 necessario che in una raccolta futura trovino posto tutti e cinque i componimenti che vanno sotto il suo nome.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sul\u00a0 Domenicale del SOLE 24 ORE\u00a0 del 17 gennaio scorso ho letto un articolo piuttosto interessante di Matteo Motolese, intitolato Giacomo, facci l\u2019autografo. Viene annunciata la scoperta in una pergamena.. <a href=\"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/un-autografo-di-giacomo-da-lentini-e-la-poesia-siciliana\/\" class=\"readmore\">read more<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":49,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/139"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=139"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/139\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":275,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/139\/revisions\/275"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/49"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=139"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}