{"id":113,"date":"2015-11-24T12:30:37","date_gmt":"2015-11-24T11:30:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.menottistanghellini.com\/wordpress\/?page_id=113"},"modified":"2016-01-07T10:43:56","modified_gmt":"2016-01-07T09:43:56","slug":"il-vero-autore-della-vita-nova-cecco-angiolieri","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/il-vero-autore-della-vita-nova-cecco-angiolieri\/","title":{"rendered":"Il vero autore della &#8220;Vita Nova&#8221;, Cecco Angiolieri"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Del cosiddetto romanzo giovanile, da secoli attribuito a Dante, seguo l\u2019edizione Gorni (Torino 1996), in base alla quale la ripartizione del testo presente nei codici trecenteschi risulta di 31 paragrafi, mentre nelle edizioni di Michele Barbi l\u2019opera appariva suddivisa in 42 capitoli.<br \/>\nQuesto \u00e8 importante perch\u00e9 l\u2019autore, se si tiene presente che anche i componimenti poetici in esso compresi sono 31, ribatte intenzionalmente su una simmetria costruttiva che suona offesa nei confronti di Beatrice e quindi di Dante.<br \/>\nHo scritto nell\u2019introduzione al <em>Fiore<\/em> (p.31): \u201cQuando, meno di due anni fa, nel sonetto <em>Guido, i\u2019 vorrei<\/em> , ritenuto fino a allora di Dante, spiegai <em>quella ch\u2019\u00e8 &#8216;n sul numer de le trenta<\/em> (v.10), riferito a Beatrice, con \u201cquella che supera le trenta\u201d cio\u00e8 la trentuno, la puttana, in base a un\u2019espressione oscena del senese antico, i filologi che si erano avventurati per tanto tempo in interpretazioni inconsistenti e cervellotiche, si chiusero in un silenzio sdegnoso\u201d.<br \/>\nChe Cecco fosse un genio della simmetria costruttiva, con la quale si prende gioco delle simmetrie dantesche presenti nella <em>Commedia<\/em>, appare evidente anche nel <em>Fiore<\/em>, ma ora risulta ancora pi\u00f9 chiaro che avevo ragione io a spiegare cos\u00ec il sonetto pseudodantesco contro tutti i commentatori precedenti. E questa \u00e8 una prova importante su chi \u00e8 il vero autore del prosimetro, per me Cecco Angiolieri.<br \/>\nMa andiamo con ordine. All\u2019inizio si ha:\u00a0 <em>In quella parte del libro della mia memoria dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice &#8220;Incipit Vita Nova&#8221;<\/em>. Sostengono i commentatori che il <em>libro della mia memoria<\/em> \u00e8 immagine frequente in Dante e che la <em>rubrica<\/em>, riservata \u201cal titolo generale e alle partizioni interne\u201d (Rossi), appare come \u201cun segno rimasto nella mente di Dante\u201d (Carducci), che lo scrittore intende trascrivere, soprattutto nella parte essenziale riguardante le rime.\u00a0 Quanto al significato di <em>Vita Nova<\/em>, gli interpreti oscillano fra il valore allegorico\u00a0 di \u201cvita rinnovata dalla grazia di Beatrice\u201d, \u201crigenerata\u201d e quella letterale di \u201cadolescenza\u201d, \u201cvita giovanile\u201d, o addirittura \u201cvita poetica giovanile per indicare una prima maniera composita ormai superata\u201d (Rossi).<br \/>\nPer me Cecco ha dato a\u00a0<em>Nova<\/em> il significato pregnante di \u201cinsolita\u201d, \u201cstrana\u201d e anche un po\u2019 pazza perch\u00e9 mescolata di amore spirituale verso Beatrice, algida e lontana come una dea, e di amore passionale verso le varie donne dello schermo, in varia misura \u201ccortesi\u201d e \u201cgentili\u201d, ossia disponibili.<br \/>\nMetterei\u00a0 in evidenza soprattutto le parole <em>dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere<\/em>:\u00a0 secondo me vogliono dire che Dante nella sua giovinezza avr\u00e0 studiato tanto, ma ha scritto molto poco, e che Cecco ha preso lo spunto di qui per colmare questa lacuna e per tirare un colpo mancino al suo nemico (introd. al <em>Fiore<\/em>, p. 30), componendo sotto il suo nome un tale <em>libello<\/em>. Nella epifania della <em>gloriosa donna della mia mente<\/em> Dante presenta Beatrice e s\u00e9 stesso allineati per et\u00e0 all\u2019interno del numero 9, fatidicamente perfetto. La <em>angiola giovanissima <\/em>appare <em>vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno<\/em>, modesto e decoroso quanto si vuole, ma anche tenebroso e quasi tendente al luttuoso. Con <em>cinta e ornata alla guisa<\/em> <em>che alla sua giovanissima etade si convenia<\/em> si intende per lo pi\u00f9 che il poeta alluda a una cintura: il Gorni penserebbe a una ghirlanda, io preferirei pensare a una specie di nastro (dal lat. <em>vitta<\/em>, che Cecco senesizza in <em>vetta<\/em>, una benda intorno alla testa per bambine, forse un po\u2019 diversa nelle donne sposate), che si ritrova in un sonetto di Cecco-Folgore (XVII, 5) e in uno di Cecco-Cino (<em>A ser Mula da Pistoia<\/em>, v. 14).<br \/>\nIl primo innamoramento di Dante \u00e8 descritto facendo ricorso all\u2019armamentario stilnovistico (profuso dal poeta senese nei suoi grandi canzonieri attribuiti a Dante, al suo \u201cmaestro\u201d Guinizzelli e ai suoi pupilli Cavalcanti, Cino, Gianni, Frescobaldi, Alfani), che si rif\u00e0 alla fenomenologia amorosa fondata sulla filosofia scolastica di Alberto Magno e in parte presente nei primi due libri del <em>De Amore<\/em> di Cecco-Andrea Cappellano.<br \/>\nTutti quegli spiriti vitali connessi alle funzioni sensoriali, descritti con profusione di particolari minuti, contribuendo all\u2019esaltazione dell\u2019<em>angiola<\/em>, finiscono per stancare il lettore, mentre estasiano un commentatore come il Rossi che vede nell&#8217; &#8220;epiteto angelico, gi\u00e0 presente nella tradizione poetica precedente, ma rinnovato a partire da Guido Guinizzelli (1230 ca. \u2013 1276)&#8221; un \u201cpassaggio da elemento decorativo e galante a qualificazione sostanziale nobilitante per via analogica, e spinto da Dante alla piena identificazione con Beatrice-miracolo\u201d.<br \/>\nVerrebbe fatto di esclamare, con la pseudoboccacciana Licisca, un bell\u2019<em>Occi<\/em>!. Questa serie di buffonate, per le quali tanti filologi sono andati e vanno in brodo di giuggiole, Dante l\u2019avrebbe letta con rabbia e disprezzo. Lo stesso Cecco quando, servendosi della sua abile e seriosa ironia, scriveva tutto ci\u00f2, dovette pensare che qualcuno dalla mente sveglia non sarebbe caduto nella sua trappola e che lo scherzo sarebbe durato poco. Ma si sbagliava di grosso, e non si sarebbe mai immaginato che il culto di Dante, da lui in gran parte alimentato e intenzionalmente fomentato, avrebbe raggiunto limiti cos\u00ec elevati da rendere ciechi e creduloni tanti colti studiosi, dietro i quali si sarebbero mossi passivamente gli ingenui lettori. Credo di essere stato il primo in molti secoli a farsi molte risate leggendo la <em>Vita Nova<\/em>, che ai tempi del liceo mi aveva tremendamente annoiato, come del resto il <em>Convivio<\/em>, anche per via di tutte quelle note tanto lunghe e piene di fervore appassionato, per me incomprensibile.<strong><br \/>\n<\/strong>Ne avevo incolpato la mia ignoranza e la mia superficialit\u00e0. Ma ecco qualche altro punto debole. Si legge al par. 19, attribuita a Beatrice, l\u2019espressione di Omero <em>Ella non parea figliuola d\u2019uomo mortale, ma di Dio<\/em>. Nell\u2019edizione Barbi si legge <em>\u2026 di deo<\/em>. Cecco preferisce per lo\u00a0 pi\u00f9 questa grafia, dalla poesia siciliana e dal <em>Novellino<\/em> fino al <em>Milione<\/em>, agli scritti attribuiti all\u2019anonimo genovese, a Bonvesin da la Riva e al Boccaccio, tanto per fare qualche esempio; il Gorni nella sua edizione l\u2019ha fiorentinizzata sulla base di qualche codice pi\u00f9 recente.<br \/>\nIn I, 15-24 la visione, che ha Dante immerso nel sonno, di Beatrice nuda e dormiente fra le braccia di Amore tutto allegro, avvolta in un drappo sanguigno, lascia incredulo il lettore, che sbigottisce ancora di pi\u00f9 quando il dio dal <em>pauroso aspecto<\/em> la sveglia e d\u00e0 in pasto a lei, atterrita ma docile, il cuore di Dante, e poi si allontana piangendo.<br \/>\nLa lettura del sonetto A <em>ciascun\u2019alma presa<\/em>, composto da Dante per i poeti fedeli d\u2019Amore, pregati di giudicare tale visione, porta a pensare che il vero autore sia Cecco. Quest\u2019ultimo rifacendosi al <em>Compianto<\/em> di Sordello su ser Blacatz, si prende gioco del poeta fiorentino, che una cosa simile non\u00a0 l\u2019avrebbe certamente scritta. La risposta articolata in tre sonetti dei poeti Dante da Maiano, Terino da Castelfiorentino e Guido Cavalcanti, toglie ogni eventuale dubbio al riguardo: la mano dei tre sonetti \u00e8 la stessa e, guarda caso, ricorda lo stile del poeta burlone autore della <em>Tenzone<\/em> fra Dante e Forese, vale a dire Cecco.<br \/>\nDante da Maiano (che nel nome stesso allude ironicamente a una grandezza maggiore rispetto a quella dell\u2019Alighieri) arriva comicamente a consigliare il poeta fiorentino di sciacquarsi i testicoli a lungo per rischiarare la mente annebbiata e di ricorrere a un esame approfondito delle orine. Comici sono anche gli altri due sonetti, soprattutto quello di Guido, che non esita a farsi gioco apertamente di Dante. La parafrasi dell\u2019ultima parte del sonetto toglie ogni dubbio: \u201cSe vi sembr\u00f2 che Amore se ne andasse piangendo, fu perch\u00e9 il dolce sogno stava per finire\u201d. Chi ha composto il sonetto attribuito al Cavalcanti \u00e8 lo stesso autore di <em>Ciascun\u2019alma presa<\/em>, perch\u00e9 altro non fa che chiosare il motivo di quel pianto, oltre che sghignazzare su quel sogno, che tutto pu\u00f2 essere tranne che <em>dolce<\/em>.<br \/>\nSemmai rimane oscura l\u2019origine in Amore dell\u2019atteggiamento inizialmente allegro, di cui nessun interprete ha dato una ragione plausibile: per me non pu\u00f2 essere altro che il riverbero dell\u2019allegria di Cecco, lieto di vendicarsi del nemico Dante, rappresentato a pascere del suo cuore <em>l\u2019angiola<\/em> Beatrice.<br \/>\nAlludendo al sordelliano <em>Compianto<\/em> su ser Blacatz, Cecco polemicamente ironizza sulla virt\u00f9 di Dante ipocrita, che per di pi\u00f9 nella <em>Commedia<\/em> ha eletto per propria guida nell\u2019antipurgatorio un poeta come Sordello da Goito, che il senese nel <em>De\u00a0 vulgari eloquentia<\/em> (II, XII, 5) chiama Gotto (ubriacone) mantovano e che in volgare non ha scritto niente, tranne il <em>Sirventese lombardesco<\/em>, un evidente e polemico falso dell\u2019Angiolieri (cfr. CECCO ANGIOLIERI<em>,\u00a0 I sonetti cortesi di Rustico Filippi<\/em>, a c. di M. Stanghellini, Siena 2008, pp. 21-23).<br \/>\nLo stile inconfondibile di <em>Ciascun\u2019 alma presa<\/em> \u00e8 quello dello stesso Cecco presente in tanti falsi, dalle <em>Rime<\/em> pseudodantesche ai canzonieri dei pupilli dell\u2019Alighieri: appartiene al genere delle tenzoni disseminate dal senese negli scritti dei suoi pseudonimi come Guittone, Chiaro, Orlandi, Dante da Maiano.<br \/>\nNella mia introduzione al <em>Fiore<\/em> ho elencato altre prove che testimoniano la paternit\u00e0 angiolieresca della <em>Vita Nova<\/em> (pp. 29-32). Ho parlato del senesismo <em>benegno<\/em> (canz. 20, v. 34), fiorentinizzato dal Gorni in <em>benigno<\/em>, in dispregio della rima con <em>degno<\/em> e <em>ingegno<\/em>, ho segnalato il son. <em>O voi che per la via d\u2019Amor passate<\/em>, dove si incontra la parola <em>chiave<\/em>, molto frequente in Cecco e nei suoi pseudonimi, il cavalcantiano <em>struggo<\/em>, l\u2019espressione <em>gaia sembianza<\/em>, presente anche nel ceccodantesco <em>Sonar Bracchetti<\/em> e nel\u00a0 son. LVII, 2 di Cecco-Rustico, l\u2019espressione <em>scacciati tormentosi<\/em>, inusuale, che sembra un\u2019allusione ironica e un po\u2019 cifrata all\u2019esilio di Dante, e infine l\u2019espressione <em>dentro dallo<\/em>, che con <em>dinanzi da<\/em> e simili \u00e8 di uso costante nelle poesie e nelle prose del senese, dal <em>Novellino<\/em> e dal <em>Milione<\/em> fino al <em>Fiore<\/em>, al <em>Trattatello<\/em>, al <em>Corbaccio<\/em>, ai <em>Fioretti di san Francesco<\/em> e a molte opere attribuite al Boccaccio, compreso il <em>Decameron<\/em>.<br \/>\nMa la cosa pi\u00f9 strana si legge ai vv. 22-28 di <em>Donne che avete intelletto d\u2019amore<\/em>: Dio dice ai santi di sopportare con pazienza che Beatrice resti sulla terra, dove qualcuno si aspetta di perderla, e questo qualcuno, una volta all\u2019inferno, potr\u00e0 dire alle anime dannate di aver visto colei che \u00e8 la speranza dei\u00a0 beati. I commentatori seguono il Barbi e il Maggini spiegando <em>alcun<\/em> come \u201cpronome generico, non riferito a Dante o comunque non solo a lui\u201d, ma \u201canche identificando con Dante l\u2019indefinito <em>alcun<\/em> del v. 26, andrebbe esclusa qui un\u2019allusione, in verit\u00e0 troppo precoce, alla <em>Commedia<\/em>: l\u2019opposto destino della donna (paradiso) e dell\u2019amante (inferno) esprime, con una iperbole non rara, l\u2019enorme distanza fra il valore della prima, il suo immenso potere beatifico, e l\u2019indegnit\u00e0 del secondo\u201d (<em>Antologia della poesia italiana<\/em>, dir. da C. Segre e C. Ossola, Torino 1997, p. 491 in nota). Con le chiacchiere si possono\u00a0 mettere le toppe che si vogliono. La verit\u00e0 \u00e8 che queste parole in bocca a Dante suonano un po\u2019 strane e irridenti, mentre si spiegano bene in bocca al senese, che con una sghignazzata giudica degno delle pene infernali il suo nemico, peccatore ipocrita, dal quale \u00e8 stato condannato come goloso (Ciacco) e sodomita (Guglielmo Borsiere) nella <em>Commedia<\/em>.<br \/>\nAl par. 16 si incontra una battuta ironica sulle donne, per la cui ignoranza del latino i poeti sono stati costretti a comporre versi d\u2019amore in volgare. Al par. 19 una battuta simile colpisce il Cavalcanti: chi scrive sostiene di essersi limitato a citare solo <em>l\u2019incipit<\/em> delle <em>Lamentationes<\/em> di Geremia perch\u00e9 l\u2019amico, cui il libro \u00e8 dedicato, aveva detto di non gradire la presenza del latino nell\u2019opera. Si sarebbe Dante lasciato andare a due battute, sferzanti pi\u00f9 che ironiche, tipiche di Cecco, contro le lacune culturali di Beatrice e delle donne in generale, oltre che del <em>primo amico<\/em>? Nello stesso par. 16 Dante assegna un valore assoluto alla propria poesia che si innesta consapevolmente su quella della tradizione classica. L\u2019allusione, in principio del paragrafo, alla cavalcantiana\u00a0 <em>Donna me prega<\/em>, mira a accomunare Guido in tal genere di poesia, condannando invece poeti come Guittone e Guido Orlandi, inconsapevoli dell\u2019impalcatura concettuale dei loro scritti e portati a infrangere le regole stilistiche osservate dai poeti della classicit\u00e0 come Virgilio, Lucano, Orazio, Omero e Ovidio.<br \/>\nAnche qui tutto diventa pi\u00f9 facilmente comprensibile e meno contraddittorio se si ammette che questa \u00e8 farina di Cecco, il vero autore di <em>Donna me prega<\/em> (\u00e8 fuori luogo attribuirla al Cavalcanti, che sar\u00e0 stato bravo e coraggioso nei duelli, abile nelle speculazioni finanziarie, ma che con la sua cultura limitata non sarebbe potuto arrivare a concetti tanto sottili e complessi) e della polemica tenzone fra il Cavalcanti da una parte e Guittone e Guido Orlandi dall\u2019altra, presente nelle <em>Rime <\/em>pseudocavalcantiane.\u00a0 Che \u00e8 farina di Cecco e della sua ironia pungente, sta a testimoniarlo anche l\u2019ultima frase, messa in bocca a un Dante pieno di disprezzo polemico: <em>E questo mio amico e io ne sapemo bene di quelli che cos\u00ec rimano stoltamente<\/em>.<br \/>\nTiro le somme: con la creazione di tutto questo geniale armamentario stilnovistico Cecco ha mirato solo a irridere Dante e a mettere alla berlina le sue frequenti infatuazioni per le giovinette; Beatrice come mezzo di redenzione dal peccato e come scala al Fattore \u00e8 solo una bella invenzione di Dante ipocrita e peccatore, che ha la sfacciataggine di ergersi a giudice dei propri simili.<br \/>\nNon sar\u00e0 certo sfuggito ai\u00a0 lettori, nei paragrafi in cui Beatrice ha un ruolo di primo piano, l\u2019impiego insistito dei superlativi assoluti a lei riferiti (<em>nobilissima<\/em>, <em>gentilissima<\/em>, <em>cortesissima<\/em>, ecc.): questi stessi aggettivi, usati nei confronti delle altre donne, compaiono sempre al grado positivo.\u00a0Finora se ne \u00e8 indicata la causa nell\u2019atteggiamento di Dante quasi religiosamente devoto e umilmente sottomesso. Per me invece c\u2019\u00e8 nell\u2019autore un intento volutamente ironico e apertamente beffardo. Quanto poi alle espressioni legate alla <em>giovanissima etade <\/em>di Beatrice, viene il sospetto che Cecco voglia mettere in evidenza e rinfacciare al suo nemico la forte inclinazione e la passione connaturata verso le giovanissime.<br \/>\nE cito per ultima cosa una particolarit\u00e0 stilistica che a mio modesto parere \u00e8 pi\u00f9 illuminante di molte chiacchiere solenni sul \u201cromanzo giovanile\u201d: l\u2019espressione <em>donne mie care<\/em>, che nella <em>Vita Nova<\/em> appare due volte (par. 30 e finale del sonetto <em>Oltre la spera<\/em>), si ritrova\u00a0 pi\u00f9 volte nel <em>Decameron<\/em> (I, introd. 12; II,10,23; V, 10,25; VII,1,19), una volta nel <em>Ninfale fiesolano<\/em> di Cecco-Boccaccio (<em>e voi mie care donne<\/em>, <em>Ninf<\/em>. 4), un\u2019altra in un sonetto di Cecco (<em>e puoi hai detto alle tue donne care<\/em>, CX,12), e un\u2019altra ancora nelle <em>Poesie<\/em> <em>musicali del Trecento<\/em>, per me attribuibili all\u2019Angiolieri. Nel <em>Libro de\u2019 Vizi e delle Virtudi<\/em> di Cecco-Bono Giamboni si legge <em>Figliuole mie care<\/em> (63, 3).<br \/>\nInfine anche un sonetto letto e ammirato come <em>Tanto gentile<\/em> non pu\u00f2 essere stato composto da Dante, che non ha niente a che vedere con le finezze psicologiche e le sottigliezze tipiche della<em>Vita Nova<\/em> e del <em>Convivio<\/em>.\u00a0 Qui si avverte una sensibilit\u00e0 quasi femminea, uno stile e un ritmo lontani mille miglia da quelli di qualsiasi parte della <em>Commedia<\/em>, l\u2019unica opera che l\u2019Alighieri ci ha lasciata: tutto il resto con lui ha poco a che fare.<br \/>\nLa\u00a0 stessa espressione <em>onesta pare<\/em> del primo verso sa tanto di allusione, ironica e volutamente dissacratrice, al significato vero del v. 10 nel sonetto <em>Guido, i\u2019 vorrei<\/em>, l\u2019unica spiegazione logica del quale porta, attraverso un\u2019espressione volgare del senese antico, a colpire Beatrice nella sua integrit\u00e0 morale, e di riflesso Dante, come si \u00e8 gi\u00e0 visto.<br \/>\nNon si pu\u00f2 continuare a parlare dell\u2019Alighieri come di un autore che compone opere a compartimenti stagni: il <em>Fiore<\/em>, la <em>Vita Nova<\/em>, il <em>Convivio<\/em> e le <em>Rime<\/em>, se costretti a coabitare con la <em>Commedia<\/em>, finiscono per litigare fra loro in modo furibondo e chi cerca di trovare un accordo impossibile in tutto questo compie, come si \u00e8 fatto per secoli, un\u2019opera insensata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Del cosiddetto romanzo giovanile, da secoli attribuito a Dante, seguo l\u2019edizione Gorni (Torino 1996), in base alla quale la ripartizione del testo presente nei codici trecenteschi risulta di 31 paragrafi,.. <a href=\"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/articoli\/il-vero-autore-della-vita-nova-cecco-angiolieri\/\" class=\"readmore\">read more<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":49,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/113"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=113"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/113\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":279,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/113\/revisions\/279"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/49"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.menottistanghellini.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=113"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}